Violenza e carne

L’aggressività sembra in costante incremento e il fenomeno interessa sia l’uomo che la specie canina e felina.

Cosa accomuna “così intimamente” uomo e animali d’affezione che possa spiegare l’aggressività molto spesso ingiustificata dalle situazioni di contesto in cui essa si manifesta?
La prima spiegazione che viene comunemente considerata correla l’aggressività alle situazioni ambientali, quali gli elevati livelli di stress, il ritmo convulso e compulsivo della vita quotidiana, le difficoltà sociali e relazionali, il rumore, e non è certo possibile negare che questi fattori generino effettivamente condizioni tali da determinare una reattività esasperata che, spesso, sfocia nella violenza.
Un articolo pubblicato dalla rivista “Vegan per sempre” attribuisce l’espressione sociale della violenza al consumo di carne, mai stato così alto negli ultimi 60 anni. Si analizzano vari scritti di varie epoche nei quali emerge che grandi storici, pensatori, filosofi e scienziati (Pitagora, Erasmo da Rotterdam, Seneca, Porfirio, Lamartine, Rousseau) notavano che tiranni, guerrafondai, criminali e assassini erano pressoché costantemente grandi mangiatori di carne. Interessante anche ricordare che Platone, un vegetariano, faceva nutrire con la carne i soldati per renderli più reattivi e feroci.
Che logica c’è dietro a tutto ciò? Con ogni probabilità è proprio così, e mi spiego. Personalmente non sono un vegetariano stretto, ma la carne la sto abbandonando sempre più, sia per una scelta etica che per tutelare la mia salute. Cerco di tutelarla evitando la carne avendo delle prove certe che essa porta numerosi problemi a chi ne mangia, sia esso un essere umano che un nostro amico a quattro zampe. Scriveva il Prof. Armando D’Elia, naturalista, chimico e studioso dell’alimentazione vegetariana, che “gli alimenti sono in grado di condizionare il biochimismo cerebrale, il pensiero e quindi il comportamento delle persone perché la carne, compresa quella di pesce, fa aumentare i livelli dell’aminoacido tirosina e l’accumulo nel cervello di dopamina e adrenalina: i due neurotrasmettitori responsabili della grinta e dell’aggressività tipica degli animali predatori”.
Quando ho letto quelle parole ho provato una certa emozione in quanto tutto è sembrato combaciare con gli studi sul comportamento canino e felino che sto conducendo sia personalmente, da molti anni, che recentemente con la Prof. Raffaella Cocco della Scuola di Veterinaria di Sassari e con un esperto educatore cinofilo, Thomas Pirani. Durante la mia esperienza di clinico dei piccoli animali, ho avuto la fortuna di assistere al cambiamento significativamente drastico e preoccupante che si è verificato nel gatto e, in special forma, nel cane dalla metà degli anni ’70, relativamente aspecifici aspetti del comportamento: guarda caso, proprio l’aggressività e la difficoltà di socializzazione!
Nel cane, ad esempio, animale sociale e da branco per definizione, si sono manifestati comportamenti aggressivi anomali addirittura a partire dai primi 20 o 30 giorni di vita, decisamente in anticipo rispetto a qualsiasi influenza dell’imprinting e cioè quella fondamentale forma di apprendimento relazionale che si realizza dopo la nascita sulla base della percezione di stimoli e segnali esterni di tipo cognitivo e specie-specifici in un periodo che può essere differente da specie a specie. Nel cucciolo di cane o gatto, dopo la nascita, l’imprinting serve a riconoscere i propri genitori o i “surrogati” a cui affidarsi (anche di altra specie, uomo compreso). In seguito, durante la crescita dell’animale, esso è fondamentale per apprendere ed assimilare il comportamento da avere con gli altri individui della propria specie e, in età adulta, per scegliersi un partner.
Ebbene, un numero sorprendente di cuccioli dell’età di 20 o 30 giorni manifestava insofferenza vistosa e incomprensibile al maneggiamento e allo schienamento, oltre a divincolarsi strenuamente, ringhiare in modo ovviamente ridicolo ma rivelatore. Questi segnali premonitori si traducevano, in età adulta, in un grande numero di generali con pochissima truppa. Il livello generale di aggressività si traduceva in litigi anche mortali, in certi casi sfociava in adulti che uccidevano cuccioli (non i propri)! La “sindrome da capo branco” si trasportava fatalmente nel gruppo famigliare, con il risultato che il cane mirava al grado più alto possibile, in pratica sottomettendo chiunque si opponesse a lui. Alla fine erano i familiari che imparavano molto presto cosa potevano e cosa non dovevano fare in casa! Solo le persone dotate di sufficiente autorità erano in grado di tenere la situazione sotto controllo. Non che la situazione sia molto diversa al giorno d’oggi, ma certamente il livello di aggressività medio del cane è calato rispetto ai massimi degli anni ’80 e ’90.
Ho già scritto altri post sull’aggressività, che nascono solo da una grande esperienza clinica ma senza studi specifici alle spalle. Ritengo che questi studi clinici possano essere di aiuto a chi studia il comportamento canino e felino. Sui felini ho alle spalle un’importante esperienza clinica, ma fino a quando ho esercitato (anno 2000), non avevo notato lo stesso fenomeno nel gatto, mentre mi viene riferito dagli esperti attuali che, negli ultimi 10 anni, anche il gatto presenta crisi di aggressività apparentemente immotivate o che vengono spiegate spesso con elucubrazioni mentali molto discutibili (nel senso che si tende a spiegare sistematicamente un comportamento inspiegabile collegandolo a supposti traumi subiti).

E’ ovvio che i traumi possano determinare conseguenze importanti, ma specie i gatti, ma anche i cani, se sono in condizioni normali, hanno sempre avuto una capacità eccezionale ad amare anche proprietari violenti. Non giustifico ovviamente il comportamento violento, voglio solo mettere in luce che quando i cani erano normali non si traumatizzavano facilmente. Classici i poveri cagnoni che mentre i “padroni” li picchiavano leccavano loro la mano, dimenticandosi tutto appena la “punizione” era terminata!

Quindi, cosa è cambiato?
L’ambiente sicuramente, ma un’evidente responsabilità l’ha la carne! Ovvia l’obiezione: un animale, ancora istintivamente carnivoro, come può avere problemi con la carne? Vi racconto, comunque, cosa dettava la saggezza popolare negli anni ’80: “non date troppa carne al cane perché diventa aggressivo”. Troviamo parti di verità e spiegazioni nel collegare la saggezza popolare alla stringente correlazione fra la carne e la sua influenza sull’attività psicofisica e, quindi, anche comportamentale degli animali tutti!
A ciò, possiamo aggiungere il pesante ruolo tossico della famiglia delle tetracicline, largamente e legalmente usate negli animali da carne. Questa famiglia d’antibiotici, direttamente non tossica, lo diventa dopo il suo deposito nell’osso e nel grasso, abbondantemente utilizzati nelle farine di carne tradizionale e presenti in gran parte del petfood. Sono chiare le evidenze che la loro tossicità influenza tutti gli organi, compresa la costellazione dei neurotrasmettitori prima citati. Ed è un dato di fatto che, sostituendo le carni del petfood tradizionale con il pesce pescato in mare, si osserva molto frequentemente una sorprendentemente rapida riduzione dei comportamenti ansiosi o aggressivi, con particolare riferimento a impulsività, irritabilità, eccitabilità, emotività, imprevedibilità, marcatura inappropriata, diffidenza, bioritmo irregolare, attivazione, depressione, allerta, esplorazione ambientale e corporea, richiesta di attenzione. La regressione dei sintomi non sembra influenzata dall’età.
Questi appunti devono indurre a riconsiderare il peso dell’alimentazione fra le variabili ambientali che vengono comunemente indagate come causa di problemi comportamenti. E’ assolutamente auspicabile che i percorsi educativi o rieducativi siano impostati, a seconda della tecnica utilizzata, sempre in concomitanza o successivamente ad un cambio di alimentazione orientato sui criteri esposti

Le cause dell’aumento dei soggetti Molto dominanti (MD)

Come mai ci sono tanti soggetti dominanti?

Ma perché, nello spazio di un decennio, la nascita di questi soggetti esageratamente dominanti è aumentata di dieci, venti o trenta volte? E cosa, negli ultimi dieci anni, ha riportato indietro, almeno in parte, questo inquietante fenomeno?

Uno dei motivi più frequenti che viene addotto è l’incapacità del proprietario a gestire il cane, ma questa spiegazione non regge all’analisi comparativa con quanto succede attualmente rispetto agli anni ’70. In tale periodo storico, il cane era ancora un animale “normale”, e il numero dei soggetti capo branco si limitava a pochissimi cuccioli (di norma, due per cucciolata). Tutti gli altri avevano l’istinto del gregario e si sottomettevano naturalmente al “branco” rappresentato dalla famiglia dove andavano a vivere a partire dal terzo mese. Anche l’elemento più mansueto e debole della famiglia godeva di un automatico riconoscimento di superiorità di grado da parte del cane cucciolo o adulto arrivato nel nucleo familiare. Ovviamente, i soggetti Molto dominanti (MD) o Dominanti (D) richiedeva un altro approccio da parte dei proprietari, ma, nella maggior parte delle situazioni, era sufficiente intervenire con autorità alla prima manifestazione di sfida e non era difficile tenere il cane al suo posto. La carica autoritaria di un solo membro della famiglia era sufficiente a dissuadere il cane a “prendersela” con altri familiari. Attualmente, è frequente riscontrare che il soggetto MD o D rispetta l’autorità di uno dei familiari, ma tende a “rifarsi” con qualche altro più debole (bambini, anziani, specie quando non è presente in casa il capo). Purtroppo esiste una corrente di educatori che sono convinti che il sistema educativo migliore sia quello della persuasione e dell’educazione dolce. Molto bello in teoria, ma lontano dalle leggi naturali, almeno per i soggetti capo-branco: essi, frequentemente, si comporteranno benissimo con l’addestratore, ovviamente autorevole, ma ritorneranno ingestibili o addirittura peggiorati appena tornati a casa. Nella mia vita professionale ho potuto riscontrare un numero veramente elevato di tali situazioni, anche quando l’addestramento avveniva assieme al proprietario. Alla base di tutto vi è la considerazione che l’autorevolezza è una dote innata e non si acquista. Come dire che, di fronte a un soggetto capo branco, è quasi inevitabile, per un’errata percezione della situazione, che tutta la famiglia si pieghi al suo dominio. Questo non significa che tali soggetti non siano affettuosi o giocosi, ma il carattere dominante emergerà in ogni occasione nella quale si vuole imporre qualcosa o che qualcosa dà loro fastidio. Si pensi che molte persone (veramente troppe) sono convinte che è normale che un cane morda i bambini “perché questi gli rompono le scatole”! Fermo restando che è corretto insegnare ai bambini di non tormentare inutilmente il cane, teniamo presente che essi l’hanno fatto da quando mondo è mondo, e qualsiasi cane, venti o trenta anni orsono, non si sarebbe, a parte rarissimi casi, neanche sognato di mordere: avrebbe sopportato stoicamente tutto e, come unica reazione possibile (e neanche frequente), si sarebbe allontanato per evitare la prosecuzione del “martirio”. Ciò per ribadire che un cane che morde un bambino sta facendo qualcosa che non fa parte della normalità.

Tutti capibranco!

Negli ultimi decenni si è assistito a un netto aumento del livello di aggressività nel cane. Sotto gli occhi di tutti le aggressioni, con esiti talvolta mortali, da parte di cani di razze e taglie diverse nei confronti di altri cani, cuccioli o adulti e, fatto molto più grave e preoccupante, nei confronti dell’uomo.

Paradossalmente (vedremo che il fatto non è paradossale ma perfettamente comprensibile) gli attacchi più gravi avvengono assai spesso nell’ambito della famiglia nella quale vive il cane, proprio nell’ambiente apparentemente meno logico. Tuttavia, l’interpretazione di questo fenomeno diventa comprensibile quando, a un esame del caso, si evidenzia che è un soggetto capo-branco che si sente padrone dell’ambiente nel quale vive e considera tutti gli elementi della famiglia suoi “sudditi”. Logico, nella sua visione, mettere in riga chi sgarra, umano o “cucciolo” di umano che sia. Quello che è meno logico è che la dimostrazione della sua leadership avvenga con modalità palesemente sproporzionate e particolarmente violente. Infatti, nelle regole del branco, il capo, nei confronti dei suoi sottoposti, esercita, quando occorre, pure azioni dimostrative, senza arrivare a ferire in modo grave e senza mai uccidere anche chi aspira a occupare il suo posto (“cane non mangia cane”). I frequenti episodi di violenza gratuita da parte di troppi cani nei confronti dei membri della famiglia, (spesso con attacchi al collo o al viso, gravissimi dal punto di vista etologico), impone un’analisi obiettiva e non preconcetta di tali fenomeni.

I vari tipi di aggressività

Vanno suddivisi in due gruppi: quello riguardante le interazioni fra cani e quello relativo all’interazione con l’uomo, anche se alcuni riguardano entrambi.

Aggressività da dolore fisico: tale forma di aggressività nasce come risposta a uno stimolo doloroso provocato volontariamente o involontariamente. Tale risposta sarà diversa secondo il temperamento del cane: se Molto dominante (MD) sarà molto violenta con morsi diretti al viso o al collo (aree vitali), Se Dominante (D), sarà violenta, con morsi alle braccia o alle gambe; se il soggetto è Sottomesso (S), guairà cercando di divincolarsi, se è Molto sottomesso (MS), guairà leccando la mano.

Aggressività da competizione per la femmina: questa forma di aggressività è completamente naturale e si manifesterà solo quando due o più maschi si troveranno a contatto con una cagna il calore. In tali situazioni, è consigliabile non intervenire, poiché i maschi “se la vedranno fra loro” senza particolari conseguenze fisiche.
L’aggressività da competizione per il cibo e quella per la difesa della prole, sempreché siano contenute nei limiti della fisiologia, sono forme di aggressività etologicamente motivate e naturali, ed esulano da queste considerazioni.

L’aggressività per la difesa del territorio, invece, può creare molti problemi in quanto il territorio è rappresentato dal giardino, dalla casa o dall’ambiente in cui vive il cane: se il cane è Molto dominante (MD) o Dominante (D), difenderà il territorio indipendentemente dalla volontà dei proprietari, creando quotidianamente delle situazioni ad alto rischio. I soggetti Sottomessi (S) tenderanno correttamente a difendere il territorio solo in situazioni di pericolo o quando i padroni non sono a casa, mentre quelli Sottomessi, Molto sottomessi (MS) o Inibiti (I) non creeranno certamente problemi legati all’aggressività, ma potranno crearne di opposti, accogliendo festosamente ladri o persone sgradite! Non è la prima volta che i ladri portano via refurtiva e anche il cane di casa!
L’aggressività da paura: un cane, dotato di scarso equilibrio psichico, in presenza di stimoli percepiti come stressanti (persone, rumori sconosciuti) può avere una reazione aggressiva, che sarà proporzionale al livello di squilibrio caratteriale.

Nello standard ufficiale di ogni razza canina sono esplicitate, accanto ai parametri fisici, anche le caratteristiche comportamentali e l’utilizzo. In nessuna razza canina figura, come dote richiesta, l’aggressività.
L’optimum per qualunque razza, dal barboncino al rottweiler, è sempre l’equilibrio psichico, mentre l’aggressività, manifestata durante le esposizioni cinofile, comporta la squalifica dalla gara.
Ciò significa che nessuna razza canina è aggressiva di per sé, ma che all’interno di ciascuna singola razza possono nascere individui esageratamente dominanti, che, a causa di ciò, siano inidonei a svolgere il compito per cui sono stati selezionati o che li rendono inadatti per qualsiasi utilizzo (paure o aggressività ingiustificate). Negli anni ’70, la nascita di soggetti esageratamente dominanti (MD) era molto limitata e i cani veramente ingestibili erano un’eccezione. Negli anni ’80 e ‘90, il loro numero è aumentato in modo esponenziale, interessando la maggioranza dei soggetti di una cucciolata. In tale periodo, la probabilità di avere nella famiglia un cane-problema era, conseguentemente, molto elevata, con le relative conseguenze: il cane era bravo, buono e affettuoso finché faceva quello che voleva, ma prendeva il controllo della famiglia e del territorio, mordendo chiunque lo contrariava o lo obbligava a qualcosa sgradito. Come ulteriore conseguenza, impediva l’accesso in casa a chiunque riteneva sgradito. I bambini erano, per forza di cose, i primi a subire la situazione, trovandosi a fortissimo rischio di morsicature. Fortunatamente, la situazione descritta è progressivamente diminuita negli ultimi dieci anni, restando, tuttavia, lontana dalla numerica fisiologica: i cani dominanti sono sempre troppi, ed è come se un esercito avesse più generali di soldati semplici!

Le cause dei più comuni disturbi comportamentali

Riteniamo doveroso mettere subito in luce come tali cambiamenti siano di esclusiva responsabilità dell’uomo e come l’animale abbia dovuto semplicemente subirli.

Una delle cause principali è, infatti, rappresentata dal modello di vita della nostra società attuale. L’animale viene a essere inserito, infatti, in un ambiente che di naturale ormai non possiede pressoché nulla: le nostre città sono, con i loro rumori assordanti, con i ritmi frenetici, con aree verdi assolutamente insufficienti, se non la prima causa, un potente amplificatore di qualsiasi embrionale squilibrio.

Un’altra causa direttamente collegata a quella appena citata è rappresentata dai notevoli problemi di ordine psicologico che credo la maggioranza di noi accusi nella società attuale: la crescente sensazione di non “essere all’altezza”, derivante da un mondo ipertecnologico che fagocita l’individuo annullandolo senza scampo, e la frustrazione di avere sempre maggiori difficoltà ad allacciare rapporti umani soddisfacenti con il nostro prossimo, crea i presupposti più adatti a cercare nel nostro cane o nel nostro gatto un rifugio od un’oasi serena che ci permetta di esternare liberamente sentimenti spesso soffocati. Purtroppo, però, tale situazione porta, come è facile immaginare, a riversare sui nostri animali le conseguenze dei problemi che ci affliggono, contribuendo, anche se quasi sempre involontariamente, alla determinazione di squilibri di vario tipo.

Standard di razza e aggressività

Chiariamo subito un concetto fondamentale: l’aggressività del cane nei confronti degli elementi della famiglia in cui vive e nei confronti dei loro conoscenti o visitatori può avere una spiegazione logica solo se l’animale ha l’indole da soggetto Molto dominante (MD).

Questi soggetti, fino a qualche decennio fa molto rari, hanno delle caratteristiche comportamentali tali da rappresentare, in ogni caso, un pericolo per l’uomo. Infatti, sono soggetti che, nella stragrande maggioranza dei casi, assumono con grande facilità e fin da piccoli il comando del proprio gruppo familiare e considerano il territorio ove vivono il “loro territorio”. Logica conseguenza di ciò, metteranno in riga chiunque voglia imporre loro qualcosa e difenderanno il territorio (giardino o casa) da chiunque vedranno come potenziale invasore, anche fratelli o amici intimi dei cosiddetti padroni di casa. Facile fotografare questa situazione nelle scene cui assistiamo quotidianamente a casa nostra o di chiunque possieda un cane. Nelle situazioni normali, quando il cane ha riconosciuto e accettato la dominanza dei proprietari, accoglierà scodinzolando e facendo le feste a chiunque “venga in pace”, mentre ringhierà o abbaierà alle persone sconosciute. Nelle situazioni opposte, sarà il cane a decidere, secondo le proprie simpatie, chi può e chi non può entrare in casa, magari prendendosela col fratello del “padrone” e accettando tranquillamente persone a lui sgradite. Queste situazioni sono facilmente verificabili quando il “padrone” deve chiudere il cane o tenerlo al guinzaglio quando viene un ospite. Ugualmente, un soggetto molto dominante sarà capace di abbaiare e ringhiare a persone che, anche quotidianamente, passano davanti alla ringhiera di casa, mentre un cane “normale”, una volta identificato l’estraneo come non pericoloso, smette dopo pochi giorni la fastidiosissima sceneggiata ignorando il fatto. I pastori tedeschi, giustamente descritti proprio dal Fioroni come il prototipo del cane equilibrato (quando lo erano), sono molto spesso i più terribili in questa “specialità”, arrivando a organizzare dei veri e propri agguati, nascondendosi dietro le siepi fino all’ultimo momento e comparendo improvvisamente abbaiando furiosamente e facendo prendere degli spaventi terribili al povero passante! Con un ulteriore pericolo: che il malcapitato abbia una reazione esagerata e vada a finire in mezzo alla strada, rischiando un investimento. L’aggressività, in un animale che vive a stretto contatto con l’uomo, deve, quindi, essere vista in modo assolutamente negativo.

Essa può essere giustificata solo in casi di autodifesa da situazioni oggettivamente pericolose per la sua vita. Tutti i soggetti che presentano manifestazioni di paura o aggressività ingiustificate dovranno essere tolti dall’attività riproduttiva. Spesso, purtroppo, i criteri di scelta sono basati sulla bellezza e, in caso di soggetti particolarmente “belli”, troppi addetti del settore fanno finta di non vedere, facendo riprodurre esemplari deviati che, fatalmente, aumenteranno la percentuale già alta di cani squilibrati.

Il test di Campbell

Da eseguire su cuccioli dell’età compresa fra le sei e le otto settimane.

Esercizio n. 1, denominato “Attrazione sociale”. Serve a valutare il probabile livello di dipendenza che avrà nei confronti del futuro proprietario: allontaniamoci dal cane di alcuni metri e, dopo esserci inginocchiati nella sua direzione, battiamo le mani. Reazioni possibili:

Molto dominante (MD): accorre velocemente a coda alta, saltandoci addosso e

mordicchiando le mani.

Dominante (D) viene incontro, ma raspando le mani senza morderle.

Sottomesso (S) viene velocemente a coda bassa.

Molto sottomesso (MS) viene indeciso a coda bassa.

Inibito (I) si allontana.

Esercizio n. 2, denominato “Attitudine a seguire la persona”: serve a valutare il probabile livello di tendenza a seguire il proprietario. Allontaniamoci dal cucciolo con andatura normale, assicurandoci che ci stia guardando. Reazioni possibili:

Molto dominante (MD): ci segue a coda alta, mordicchiandoci i piedi.

Dominante (D) ci segue volentieri.

Sottomesso (S) ci segue a coda bassa.

Molto sottomesso (MS) ci segue indeciso a coda bassa.

Inibito (I) resta fermo o si allontana.

Esercizio n. 3, denominato “reazione alla sottomissione”. Serve a valutare il probabile livello di sottomissione al proprietario: in ginocchio accanto al cucciolo, schieniamolo delicatamente e manteniamolo in questa posizione con una mano sul torace per trenta secondi. Reazioni possibili:

Molto dominante (MD): si ribella violentemente mordendoci le mani.

Dominante (D) si ribella dimenandosi.

Sottomesso (S) si ribella per breve tempo.

Molto sottomesso (MS) lecca le mani.

Inibito (I) –

Esercizio n. 4, denominato “dominanza sociale”. Serve a valutare il probabile livello di accettazione della superiorità gerarchica: sempre in ginocchio, si accarezza il cucciolo con pressione leggera, partendo dalla testa e arrivando alla coda, per trenta secondi. Reazioni possibili:

Molto dominante (MD): ringhia, morde e raspa con le zampe.

Dominante (D): salta addosso e raspa, senza mordere.

Sottomesso (S): ci lecca le mani

Molto sottomesso (MS): si gira per leccarci

Inibito (I): cerca di allontanarsi

Esercizio n. 5, denominato “dominanza mediante elevazione”. Serve a valutare il probabile livello di accettazione della dominanza: solleviamo il cucciolo di una ventina di centimetri da terra, tenendolo con le mani incrociate sotto il suo ventre per trenta secondi. Reazioni possibili:

Molto dominante (MD): si divincola con violenza, ringhiando e mordendo.

Dominante (D): si divincola violentemente.

Sottomesso (S): si ribella ma si calma e ci lecca le mani.

Molto sottomesso (MS): ci lecca le mani.

Inibito (I): –
Per un giudizio complessivo si dovrà verificare la coerenza delle reazioni.
Un cucciolo con almeno due Molto dominante (MD) o tre Dominante (D), da adulto sarà un cane che reagirà con aggressività ad ogni provocazione, con tre o più Sottomesso (S) sarà dotato di buona capacità di adattamento alla famiglia e sarà un cane dolce ed equilibrato. Se le reazioni saranno due o più Sottomesso (S) o Molto sottomesso (MS), da adulto sarà un cane che dovrà essere sempre trattato con dolcezza e comprensione. Se, infine, se risulterà avere due Inibito (I), sarà estremamente sottomesso e necessiterà di molto affetto, arrivando a mordere esclusivamente per autodifesa. Un soggetto di questo tipo sarà il cane adatto a tutti i bambini. Per comodità attenersi alla seguente tabella.

1-2  MD o più Dominante e aggressivo
2-3 D o più Dominante ed estroverso
3 S o più Equilibrato
2/3  MS e/o I Sottomesso
2 MS e/o I Cucciolo mal socializzato

In ogni caso, si deve rilevare che, qualsiasi sia il corredo caratteriale del cucciolo, sarà importante applicare metodi di educazione che tengano conto delle differenze individuali. E’ letteralmente impossibile applicare un metodo standard nel processo educativo di un cucciolo.

Il carattere del nostro cane è determinato anche dalla capacità individuale di apprendere e di ricordare le esperienze vissute.

Se si ha la fortuna di avere scelto, consapevolmente o inconsapevolmente, un soggetto Sottomesso (S) o Molto sottomesso (MS), problemi non ce ne saranno. Se il cucciolo è MD o D, è molto importante non sottovalutare o giustificare i primi segnali di aggressività, preparando in tal modo inconsapevolmente la strada a un’escalation degli episodi di violenza. La dinamica somiglia in modo impressionante a quanto accade in molte coppie di conviventi. Inizia (solitamente l’uomo, ma in aumento i casi di violenza femminile) con gli insulti, si passa allo schiaffo, accettati purtroppo dal partner, e si arriva, per gradi, ai pugni, alle bastonate e alle lesioni sempre più gravi, terminando, in determinati casi, addirittura con l’uccisione, specie quando quest’ultimo decide di lasciare o ha già lasciato il compagno violento. Anche nel cane la progressione è similare: il soggetto Molto dominante inizia, spesso già da poche settimane di vita a ringhiare ai “proprietari”, a ribellarsi alle imposizioni, arrivando al primo morso e, in successione, se non viene fermato nel modo corretto, ad attacchi sempre più gravi. Il problema principale è il grado di autorità del proprietario: purtroppo, la capacità di leadership è in buona parte innata e, normalmente, nessuno ha la capacità di conferirsela. Come a dire che, se torniamo alla constatazione della netta e innaturale predominanza numerica dei soggetti capobranco in qualsiasi cucciolata, è facile capire perché molti, troppi cani mordono per primi proprio quei padroni che padroni proprio non sono (scusate il gioco di parole).

La distinzione fra dominanza e leadership sta nel metodo di applicazione dell’autorità: il soggetto dominante comanda solo perché è il più forte, il leader, al contrario, comanda perché i sottoposti riconoscono i vantaggi che ne derivano. Come a dire che il leader è anche dominante mentre il dominante non è automatico che sia un leader.

La degenerazione arriva al culmine quando un soggetto giunge a uccidere un bambino o un adulto della famiglia in cui vive.

Non stiamo parlano di pochi casi: la violenza del cane riguarda un numero veramente importante di famiglie, le quali, fra l’altro, troppo spesso non si rendono conto nel modo più assoluto della cosa e negano ogni evidenza. Anche questa situazione è perfettamente analoga a quanto succede in campo umano: degli incredibili errori di comportamento educativo e relazionale di una famiglia si accorgono solo i parenti, i conoscenti e gli amici. Ovviamente, la situazione è reciproca e la famiglia A si rende conto degli errori della famiglia B, mentre la famiglia B vede perfettamente gli errori della famiglia A!

Per concludere, voglio mettere in rilievo che quanto affermato proviene dalla personale esperienza clinica maturata sia nel campo dei cani “di casa”, sia in quello degli allevatori, senza possedere, comunque, delle basi scientifiche sul comportamento. Ritengo che queste osservazioni possano, comunque, rappresentare un tema di confronto e di discussione con chi è specialista, con lo scontato fine di conoscere meglio i meccanismi che regolano il comportamento del migliore amico dell’uomo (?).

La fisiologia dell’aggressività

La premessa è che esperienze non cambiano il carattere, ma possono modificare il comportamento. Se andiamo ad analizzare quali sono le cause più comuni che inducono un cane ad essere aggressivo, vedremo che ogni cane si comporta in un certo modo per l’interazione fra due componenti, quella genetica e quella ambientale.

La prima, che si manifesta nell’indole individuale, è rappresentata, oltre alle logiche somiglianze morfologiche, dalle caratteristiche comportamentali ereditate dai genitori. La componente ambientale sarà fortemente influenzata dalla convivenza con persone o altri animali, dall’educazione che riceverà e dal territorio nel quale dovrà vivere, anche se le doti caratteriali non potranno in alcun modo essere completamente trasformate.

Se il cane geneticamente ha stampato un corredo da capo-branco, non potremo mai pretendere di farlo diventare un gregario.

Chi si prende un soggetto dominante deve sapere che si assume una bella responsabilità.

Per evitare di scegliere un cucciolo “sbagliato” (almeno per le proprie caratteristiche), esistono, comunque, vari test che possono valutare la “reattività” del soggetto. Il test caratteriale di Campbell, come tutti i test, non potrà dare risposte certe, ma rappresenta uno screening importante per capire con “chi si ha a che fare”. Nel campo del comportamento canino, si sentono mille pareri diversi, ma è importante chiedere a se stessi se si vogliono avere risposte scomode ma vere, oppure risposte rassicuranti e che ci fanno sentire bene, ma false. Quanto bello è sentirsi rispondere da un “esperto” che le razze pericolose non esistono, che i metodi gentili sono quelli ideali! Ma se poi non è vero, chi ci ripagherà di situazioni assai sgradevoli che dovremmo affrontare col proprio cane e come reagiremo alla lettura che un cane ha aggredito e magari ucciso un adulto o addirittura un bambino? Ci chiuderemo gli occhi e continueremo a sostenere che è sempre colpa delle persone?

E’ sufficiente guardare le statistiche riguardanti le visite al pronto soccorso per lesioni da morsi per rendersi conto che il problema non può essere trattato con frasi fatte o con superficialità. Il punto è che, se valutiamo le cucciolate con il test di Campbell, ci troviamo a osservare che l’ottanta per cento dei cuccioli va a collocarsi nella fascia dei “molto dominanti” e “dominanti”, e che i cani “sottomessi” sono, conseguentemente, molto pochi.

Domanda: ma se, correttamente, gli esperti ci consigliano di scegliere i soggetti con il profilo psicologico più equilibrato (non più del 20%), gli altri chi li deve prendere?

Proviamo a identificare il profilo psicologico del cucciolo proprio con il test di Campbell e attraverso alcuni semplici esercizi che esso propone.

Profilo psicologico di un cucciolo

1) Temperamento: s’identifica con la velocità di reazione di fronte agli stimoli.

2) Tempra: capacità di sopportare degli stimoli negativi, sia fisici che psichici, senza modificare il proprio comportamento.

3) Docilità: capacità di accettare l’uomo come un superiore gerarchico.

4) Socialità: capacità di interagire e cercare il contatto fisico di persone sconosciute

5) Predisposizione a essere soggetto a stress

6) Equilibrio psichico

7) Predisposizione all’aggressività.

L’esagerata attitudine alla dominanza e consequenziale aggressività attuale dei cani

La prima è dovuta a un fattore in questo momento sconosciuto (ma una mia ipotesi punta su uno squilibrio dei neurotrasmettitori), che ha elevato di molto il livello di tali indesiderabili caratteristiche e interessa la gran parte della specie canina.

Poiché il fenomeno si è sviluppato nel giro di pochi anni, è veramente poco probabile che ciò sia dovuto a fattori ambientali (ad esempio diverso modello di vita e di relazione con l’uomo), mentre potrebbe esserci una relazione con lo squilibrio dei neurotrasmettitori. C’è da notare che l’aumento dell’aggressività è comparso contemporaneamente allo sviluppo di una sequela di patologie legate alla presenza di residui farmacologici nella carne derivante dall’allevamento intensivo (vedi “Sindrome da residui”, da me pubblicata nel Bollettino AIVPA Gennaio 1995). Poiché fra le patologie provocate da questi residui (otiti, dermatiti, piodermiti, congiuntiviti, gastriti, enteriti, gengiviti, stomatiti e tanti altri processi infiammatori a evoluzione cronica o ricorrente) sono evidenti anche problematiche comportamentali (aggressività, paurosità, eccitabilità esagerata, abbaiare continuo), è possibile ipotizzare che tali o altri residui farmacologici e chimici, con la loro capacità tossica, possano influenzare anche i meccanismi di sintesi di alcuni neurotrasmettitori. E’ già noto, a riguardo, che la carenza di serotonina (appunto uno dei neurotrasmettitori) è associata ad un aumento dell’aggressività: sarà interessante studiare se e quali sostanze chimiche sono in grado di inibire la formazione di questo fondamentale elemento.

E’ molto interessante notare che lo squilibrio caratteriale del cane è nato di pari passo con lo sviluppo delle patologie appena descritte. Personalmente non avevo mai pensato ad una correlazione fra i due fenomeni, e avevo sempre interpretato tale trasformazione dell’indole come una improvvisa e misteriosa mutazione genetica (senza mai fare la semplice considerazione che una mutazione non si verifica di certo in pochi anni). Il possibile collegamento l’ho fatto durante un convegno di neurofisiologia cui partecipavo come relatore sulle patologie derivanti da residui presenti negli alimenti. Una relazione proprio sui neurotrasmettitori chiariva come la carenza di serotonina aumenti il livello di aggressività nel cane. L’ipotesi, dunque, è quella che determinati inquinanti chimici presenti negli alimenti possano influenzare negativamente la fisiologica formazione di serotonina. Secondo le mie ricerche cliniche, la causa principale sembra essere la presenza di residui farmacologici tossici nella carne derivante dall’allevamento intensivo, ma non è da sottovalutare la presenza di residui di pesticidi nei cereali e nei vegetali, il tutto accompagnato dalla cronica e grave carenza di Omega3 nelle fonti alimenti attualmente usate per il petfood.

Un ulteriore elemento a favore di questa ipotesi è data dalla contemporanea e progressiva diminuzione delle patologie sia fisiche che mentali negli ultimi cinque anni, in pratica da quando nell’industria dell’allevamento sono stati vietati gli auxinici (sostanze che fanno aumentare il peso) ed è iniziata una reale attenzione all’utilizzo e, soprattutto, al dosaggio dei farmaci quotidianamente somministrati a tutti gli animali da carne.

Al momento attuale non esiste nulla che possa dimostrare scientificamente quanto affermato, ma ritengo importante indagare in questa direzione;

la seconda è dovuta al cambiamento radicale del rapporto uomo-cane, degenerato gravemente a causa della fragilità psicologica che ormai attanaglia ciascuno di noi: la carenza nei rapporti umani e conseguente sensazione di solitudine ci spinge ad attaccarci spesso morbosamente al proprio cane, cancellando qualsiasi forma di loro educazione, permettendo loro qualsiasi cosa e non ponendogli alcun limite o imposizione. Tale fatto, se collegato all’aumento di soggetti capo-branco, permetterà alla maggioranza dei cani di diventare senza alcun ostacolo i veri padroni di casa. Fra l’altro, in questa situazione, è comunissimo vedere i “padroni” di casa negare qualsiasi evidenza, giustificando le situazioni più assurde di convivenza;

la terza è dovuta sempre all’uomo, o meglio a quella massa di idioti che, per compensare le proprie frustrazioni, ha selezionato e scientemente fatto riprodurre ceppi di cani particolarmente aggressivi e dominanti, identificandoli solitamente fra le razze che hanno caratteristiche fisiche e attitudinali adatte a difendere le greggi e i loro padroni dai predatori più grandi e più pericolosi. Questi cani sono stati e sono, purtroppo, ancora impiegati per le gare di combattimento, stravolgendo ogni loro istinto naturale e mettendo le basi per la proliferazione di soggetti completamente alterati e aggressivi contro tutto e tutti, delle vere e proprie macchine da guerra. Tuttavia, nell’ambito di queste razze, sono frequenti i soggetti che, nati da genitori non selezionati secondo questi aberranti criteri, sono cani completamente affidabili e mansueti.

Questo perché ogni cane si comporta in un certo modo per l’interazione fra due componenti, quella genetica e quella ambientale. La prima, che si manifesta nell’indole individuale, è rappresentata, oltre alle logiche somiglianze morfologiche, dalle caratteristiche comportamentali ereditate dai genitori (quindi, se qualche idiota seleziona solo soggetti Molto dominanti (MD), che andrebbero sistematicamente scartati dalla riproduzione, ecco che andiamo a creare la progressiva comparsa di razze pericolose. La componente ambientale sarà, invece, fortemente influenzata dalla convivenza con persone o altri animali, dall’educazione che riceverà e dal territorio nel quale dovrà vivere, anche se le doti caratteriali non potranno in alcun modo essere completamente trasformate.

Se il cane geneticamente ha stampato un corredo da capo-branco, non potremo mai pretendere di farlo diventare un gregario.

Situazioni che scatenano l’aggressività

Dominanza. Il cane è un animale sociale che vive in branco, ma, per la sopravvivenza dello stesso, è strettamente necessaria la presenza di un capobranco poiché in natura è inserito in un branco di simili: la sua sopravvivenza è strettamente connessa con la vita del gruppo.

I presupposti perché sussista un branco sono le regole gerarchiche e l’esistenza di un capobranco. La gerarchia passa attraverso le lotte, anche sanguinose ma mai mortali, di chi ambisce a questo ruolo. In un branco vi saranno due o al massimo tre membri con un istinto alla dominanza che li porterà a lottare per tale ruolo. Il più forte di essi diverrà capobranco e la sua autorità sarà estesa a tutto il branco. Sarà lui a montare le femmine, a guidare la ricerca del cibo e l’esplorazione del territorio. Tutti seguiranno le sue regole fino a quando, per l’età, malattie o altro, qualcun altro riuscirà a occupare il suo posto.

Il comportamento del cane sarà identico anche quando entra a far parte del branco costituito da una famiglia. Se ha l’indole del gregario, troverà perfettamente normale che siano i membri della famiglia a provvedere a tutte le sue necessità, accettando con facilità un ruolo gerarchico superiore da parte dei vari componenti della famiglia, anche i bambini.
Se ha l’istinto alla dominanza, solo se il proprietario sarà in grado di non commettere errori di comunicazioni iniziali, dimostrandosi autoritario e leader, il cane accetterà un ruolo subordinato. Se il messaggio non è chiaro, sarà l’inizio di una lotta quotidiana per stabilire chi comanda veramente. Molto spesso la situazione non viene chiarita e si instaura una situazione nella quale l’animale assumerà il ruolo di capobranco.