Curare polli e tacchini con l’omeopatia

Nella mia clinica veterinaria curavo cani, gatti, qualche pappagallo e canarino, dei criceti e coniglietti. Ogni arma terapeutica era buona: antibiotici, rimedi omeopatici, agopuntura.

Quando ero chiamato negli allevamenti di polli, galline ovaiole, tacchini e conigli, usavo solo l’omeopatia, l’unica forma di terapia o di prevenzione che ti permetteva di curare anche decine di migliaia di capi in forma semplice (ovviamente se sapevi ben cosa fare). Pensate che era (ed è) sufficiente diluire il giusto rimedio nelle cisterne dell’acqua di bevanda, in quantità veramente insignificanti, per vedere reagire l’intero gruppo.

L’omeopatia sembra qualcosa di magico e assurdo, ma quando ne conosci le leggi, tutto trova la sua spiegazione. Devo dire che, per un veterinario, andare negli allevamenti intensivi è addirittura imbarazzante: gli animali da carne vivono in condizioni a dire poco spaventose, e anche se le leggi degli ultimi vent’anni hanno migliorato le cose, la situazione resta drammatica: lo spazio vitale resta scarsissimo e le povere bestie sono costrette a vivere in condizioni inaccettabili. Pensate che negli allevamenti di tacchini, almeno nel periodo che li curavo, gli animali erano letteralmente imbambolati e inebetiti, addirittura privi della forza o della volontà di muoversi davanti al mio procedere all’interno del capannone. La lotta per la vita portava tutti i più forti a raggiungere le mangiatoie, mentre i deboli venivano costretti ai bordi del capannone, finendo per soccombere. L’unica cosa che mi consolava era il fatto di sapere che, con la cura giusta, gli stessi animali diventavano più forti e vivaci, finendo per vivere un po’ meglio.

Purtroppo, il problema della sovrappopolazione umana porterà ad un grave dilemma: poiché è impossibile alimentare miliardi di persone con un’agricoltura sostenibile, e poiché l’allevamento intensivo degli animali da carne è destinato a scomparire gradualmente (e speriamo rapidamente, visto che è una vera e propria barbarie), come sara possibile dar da mangiare a tutti? Molto probabilmente l’umanità dovrà adattarsi a mangiare alghe e insetti ad integrazione della dieta vegetale.  Sigh!

Oltretutto, l’allevamento intensivo sta avvelenando la popolazione con i suoi residui farmacologici e provocando un continuo aumento della resistenza agli antibiotici. Onestamente, è difficile prevedere un futuro facile per l’umanità, specie finché i popoli ricchi  continuano a consumare molto di più di quello che siamo in grado di produrre, in pratica depredando la dispensa dei cibi destinati ai loro figli.

Pensate a una scena di questo tipo: a una tavola imbandita, i genitori mangiano, e i figli possono solo guardare!

Dimostrazione dell’efficacia dell’omeopatia

Negli anni ’90, assieme ad alcuni medici ricercatori e veterinari, abbiamo presentato una ricerca sull’effetto di tre diversi rimedi omeopatici sullo sviluppo dello scheletro del pollo alle tre più importanti riviste scientifiche mondiali: Nature, Lancet e Medical Journal. I risultati di questa ricerca, durata due anni e condotta con criteri assolutamente scientifici, erano stati inequivocabili nel dimostrare effetti statisticamente molto significativi, rispetto ai gruppi di controllo, sulla calcificazione del tessuto osseo dei polli trattati. Il tutto determinato attraverso la rilevazione, con la Tomografia Assiale Computerizzata, dei diversi livelli di mineralizzazione delle vertebre degli animali trattati rispetto ai controlli. I risultati, sperati ma di certo non certi, erano stati tali da suscitare una profonda commozione mista a entusiasmo, vista l’ostilità sempre preconcetta da parte della scienza ufficiale su una forma di medicina considerata dotata solo del puro effetto placebo. Eppure i veterinari omeopati come me sono la dimostrazione inequivocabile della sua efficacia. Sfidiamo chiunque a sostenere che si possono influenzare decine di migliaia di polli che neanche ti hanno visto né conosciuto.

La ricerca non è stata pubblicata da alcuna delle tre riviste in successione. Due non hanno neanche riposto ai ripetuti solleciti, la terza ha risposto che non poteva essere pubblicata perché non svolta in un ambiente controllato (infatti è stata svolta in allevamenti di polli “normali”, ovviamente sottoposti ad uno stile di vita mostruoso, contrassegnato da sovraffollamento totale, mancanza di movimento, di esposizione al sole e all’aria fresca, di un ambiente confortevole, di una lettiera in buone condizioni e di un’alimentazione controllata). A quell’epoca non eravamo stati sufficientemente “svegli” da obiettare che l’osteoporosi che caratterizza il pollo d’allevamento è determinata proprio da quelle condizioni di vita, e che proprio in tali condizioni una cura può essere efficace. Invece, abbiamo ripetuto la prova in un ambiente totalmente controllato, con solo 50 polli per ciascun gruppo, di certo un universo lontano dall’ambiente enormemente sovraffollato di un capannone da allevamento intensivo (d’altronde si chiama intensivo proprio perché tutti gli animali vivono stipati come le sardine!). Inoltre vi era la lettiera, l’areazione, la temperatura e l’alimentazione tutte ideali, anch’esse anni luce dal campo di battaglia normale. La prova è stata effettuata sotto la supervisione del C.I.C.A.P. (Comitato di controllo delle attività paranormali!), che avevo io stesso sollecitato a controllare tutto, ignorando che la premessa era sbagliata: non si può curare una malattia che non c’è. Infatti, le condizioni di vita ottimali hanno impedito l’evoluzione dell’osteoporosi, e l’esperimento è stato dichiarato ovviamente fallito.

La delusione che ha colpito tutto il gruppo di ricerca ha fatto maturare l’idea di non pubblicare il lavoro “logico” rifiutato neanche in riviste meno importanti, dove non avremmo avuto l’ostracismo preconcetto. Tutto è rimasto in un cassetto, ma quando vedo i periodici attacchi alla medicina dell’acqua fresca (veramente lo dicono solo gli scienziati, perché tutti i pazienti che la utilizzano in campo umano hanno un indice di soddisfazione veramente elevato. Non dovrebbe fare nascere dei forti dubbi agli scienziati?

Ho deciso, col consenso dei colleghi del gruppo, di pubblicare sul web questo cappello introduttivo e, ovviamente, il lavoro, che è stato eseguito da ricercatori stimati e che hanno pubblicato decine di articoli, lavoro portato a termine con estrema severità e onestà intellettuale, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

L’aggravamento omeopatico

La somministrazione, in un qualsiasi quadro morboso, di un rimedio omeopatico, scelto secondo la legge di similitudine, può determinare nell’organismo le seguenti reazioni:

– un miglioramento del quadro;

– un peggioramento del quadro;

– la comparsa di nuovi sintomi;

– la ricomparsa di vecchi sintomi;

– nessuna risposta:

In questo capitolo analizzeremo principalmente le reazioni di aggravamento.

La comprensione del fenomeno dell’aggravamento sarà facilitata dalla serie di considerazioni che seguono e che riguardano le modalità di reazione dell’organismo di fronte ad uno stimolo morboso.

Abbiamo già visto, nel capitolo dedicato alla salute, malattia e guarigione, come sia fondamentale, per una buona riuscita della nostra professione medica, quel corretto approccio alla malattia che può derivare esclusivamente dalla comprensione dei meccanismi di difesa dell’organismo.

Il riconoscere nei sintomi presenti durante l’evoluzione di un processo morboso non una espressione della malattia, ma al contrario la migliore risposta possibile dell’organismo ad essa, è la chiave indispensabile a tale comprensione.

Se si considerano infatti i sintomi come espressione non della malattia ma della

reazione attiva dell’organismo, diverrà facile capire il meccanismo di azione della

legge di similitudine: ribadiamo quindi il concetto che abbiamo enunciato nel capitolo dedicato a tale legge: una sostanza che nella sua patogenesi abbia provocato, come reazione dell’organismo, un determinato corteo di sintomi, sarà in grado di influenzare positivamente un quadro sintomatologico simile qualsiasi sia la sua origine, in quanto produrrà una esaltazione dei meccanismi di difesa in atto.

Alla luce di questa realtà diventa facile spiegare anche la apparente stranezza del fatto che una sostanza omeopatica possa influenzare un quadro morboso sostenuto da un virus, un batterio, una sostanza tossica o velenosa, senza possedere, nei loro confronti, alcun tipo di azione diretta o specifica. Infatti l’organismo, sofisticato prodotto di una lunga evoluzione, nell’ambito di numerosi sistemi di interazione fra le sue varie componenti, usa, per mantenere il proprio stato di omeostasi, fondamentalmente due sistemi: quello di allarme, interno ed esterno, e quello di difesa.

Gli allarmi esterni sono costituiti da quel patrimonio di informazioni sensoriali, stampate nel corredo genetico od acquisite attraverso l’esperienza e l’insegnamento dei propri genitori, che ci permettono di riconoscere ed affrontare nel modo migliore possibile qualsiasi pericolo.

Gli allarmi interni sono principalmente rappresentati dagli stimoli dolorosi, vigili ed insostituibili sentinelle che, oltre alla funzione basilare di avviso, svolgono il compito di limitare od addirittura impedire completamente le normali attività motorie fino alla scomparsa della patologia.

Il sistema di difesa è invece costituito da tutte quelle strutture, dal sistema immunitario a quello nervoso, che intervengono contro le aggressioni esterne di ogni tipo.

I due sistemi descritti manifestano la loro azione attraverso quei canali, di numero ragguardevole ma finito, che noi chiamiamo sintomi e che si combinano fra loro nei modi più svariati a seconda dello stimolo morboso e della propria reattività individuale.

Per semplificare la comprensione di tali meccanismi, possiamo ricorrere come esempio al modello di una nazione, protetta dalle proprie forze armate ed equiparare i vari corpi d’armata e relativo H.Q. (il quartier generale) alle difese dell’organismo regolate dal sistema nervoso centrale.

Di fronte ad un attacco nemico saranno naturalmente interessate per prime le difese di frontiera (rappresentate dalla pelle, le mucose ed in generale tutti gli emuntori). Esse metteranno in atto tutte quelle misure (i sintomi) che permettano, per quanto possibile, l’eliminazione totale del nemico ed il suo allontanamento dal territorio assieme alle strutture distrutte nella battaglia.

Tali misure sintomatiche sono rappresentate dai vari sintomi drenanti (vomito, diarrea, traspirazione, scialorrea, eczema, forfora, espettorazione, epifora, leucorrea, piuria, ematuria ed altro).

Tra le difese perimetrali più importanti dobbiamo citare le adenoidi e le tonsille, veri baluardi contro i tentativi del nemico di invadere il territorio sfruttando le grandi vie di comunicazione e scorrimento (sistema circolatorio e linfatico). A questo proposito proviamo a riflettere su quale può essere l’effettivo risultato della rimozione chirurgica delle strutture citate: sarebbe come se il comando centrale, di fronte ad un attacco che stia provocando morte e distruzione in una delle sue postazioni di frontiera più importanti, anziché mandare rinforzi e munizioni, decidesse di fare scomparire tale roccaforte per non avere ulteriori perdite in loco. E’ evidente a tutti che il risultato immediato di tale mossa sarebbe la scomparsa di quei problemi regionali, ma con la logica conseguenza finale di ritrovarsi, dopo breve tempo, a combattere il nemico nel cuore del paese, con tutti i rischi connessi. Oltre ad un “blitzkrieg”, guerra lampo, che può portare alla sconfitta totale dell’invaso o dell’invasore, vi è naturalmente un’altra possibilità, che è quella che il paese venga invaso da forze massicce ma non preponderanti rispetto a quelle delle difese, e che si crei quindi una situazione di guerra  di trincea, con nuclei invasori annidati in vari punti strategici del territorio da dove, continuativamente o periodicamente vengono scagliati nuovi violenti attacchi o semplici azioni di disturbo. Ecco la malattia cronica, con i suoi periodici aggravamenti ed espressione di una situazione di stallo fra l’organismo ed il morbo, con i sintomi a rappresentare in tal caso più che mai processi vitali di mantenimento di tale pur precario equilibrio. Tornando all’esempio delle tonsille, quando l’invasore riesce ad impadronirsi di tali strutture e ad attestarvisi (tonsillite cronica con possibili, anzi probabili gravi danni a strutture primarie come il cuore, i reni o le articolazioni), vi è l’obbiettiva situazione di una nostra struttura di difesa, nevralgica perché a bada dei canali di scorrimento, che è diventata a tutti gli effetti territorio nemico. Quindi, pur essendo chiaro che lo scopo primario sarà sempre la riconquista di tale nostra postazione, in vista anche di altre invasioni future, può essere a volte necessario, nelle guerre di trincea, distruggere quel pur vitale baluardo allo scopo di evitare continue infiltrazioni di elementi nemici in tutto il territorio, con le conseguenze che ne possono derivare.

Rassegnamoci, comunque, anche di fronte ad una vittoria totale (risoluzione dei problemi a tutti i livelli dopo tonsillectomia), ad aspettarci possibili, anzi probabili guai seri in caso di invasioni future di qualsiasi provenienza: tali invasori avranno subito la via spianata dall’assenza sicuramente irreparabile di tale linea di difesa e dovranno essere affrontati nelle vie delle principali città. Per fortuna il nostro organismo possiede meccanismi di difesa veramente eccezionali, ed anche situazioni di questo tipo permettono normalmente di affrontare con efficacia qualsiasi tipo di invasore. Di certo è poco confortante, alla luce di questa realtà, doversi rendere conto di essere stati educati non a curare il nostro organismo ma a fare di tutto per ostacolarne gli eccezionali meccanismi difensivi.

Ecco quindi la grande opportunità che ci viene offerta dall’omeopatia che agisce dando un poderoso aiuto all’organismo, secondo quindi leggi naturali. In sintesi di quanto esposto proponiamo questo modello matematico: di fronte ad un aggressore l’organismo mette in azione le armate perimetrali “1, 8, 17, 37, 99”, valutate le più adatte (ad esempio vomito, scolo nasale, traspirazione, diarrea e febbre). Se noi vogliamo fornire un aiuto all’organismo, dovremo dargli il rimedio che, indipendentemente dalle cause, abbia stimolato, nella sua patogenesi, gli stessi canali di risposta. In un altro caso più grave, con un livello di invasione più profonda, vengono messe in azione le armate sia perimetrali che di difesa interna (1, 10, 18, 37, 79), vomito, epatite, ittero, diarrea e flatulenza: sarà sempre utile il rimedio omeopatico che abbia preminenti questi sintomi nella sua patogenesi. Le difese dell’organismo a qualsiasi atto di invasione non saranno quindi altro che le varie possibili combinazioni di intervento dei diversi reparti di difesa, che avranno manifestazione visibile in ciò che noi chiamiamo sintomi. Di qui l’assurdo, anche concettuale delle terapie “anti”: tali terapie sono giustificate solo nei casi in cui non vi siano alternative altrettanto pronte e rapide e vi sia grave pericolo di morte a causa di una omeostasi molto alterata del soggetto. L’antibiotico, in questo caso, rimane la terapia fondamentale ed insostituibile perché i danni che dal suo uso possono derivare sono chiaramente insignificanti rispetto al rischio della morte del soggetto. Insignificanti ma non da sottovalutare: abbiamo infatti già ricordato come recenti studi abbiano dimostrato, al di là degli effetti tossici primari e secondari derivanti dalla attività della molecola, esistere un processo di gelificazione nel tessuto connettivale di cataboliti e scorie di origine diversa, provocato dall’azione inibitoria del farmaco e che impedisce di fatto la loro espulsione attraverso gli organi emuntori.

Le azioni delle molecole “anti”, in ultima analisi, sono come delle “cambiali”, dei “pagherò” che conviene usare solo quando si è con l’acqua alla gola, senza più riserve energetiche. E’ possibile, comunque, rimuovere tali dannosi accumuli anche in tempi successivi, quando l’organismo abbia avuto il tempo materiale di poter ricaricare le proprie batterie, ma trovare il giusto rimedio non è certamente né agevole né facile. La nostra trattazione, fino a questo momento, ha cercato di chiarire solo i meccanismi di reazione dell’organismo e come possa quindi giustificarsi il fenomeno dell’aggravamento.

Omeopatia e giardini zoologici

Contributo ad un approccio terapeutico di tipo omeopatico nelle problematiche generali di un giardino zoologico.

Fra le tante possibilità applicative dell’omeopatia, non si possono certo trascurare quelle concernenti la prevenzione e la risoluzione dei vari problemi sanitari che si possono presentare in un Giardino Zoologico.

Esistono numerose motivazioni oggettive che rendono particolarmente interessante l’uso della medicina omeopatica in quella particolarissima realtà che è rappresentata da uno Zoo.

L’esperienza personale maturata negli ultimi anni in uno Zoo del Nord-Italia ha contribuito a rafforzare la convinzione che i colleghi che applicano l’omeopatia abbiano tutte le carte in regola per poter diventare, in un futuro prossimo, dei protagonisti in positivo nell’ambito di tali strutture.

E’ evidente che i risultati conseguiti sulle specie di animali più disparate debbono diventare un forte incentivo a curare omeopaticamente nei nostri ambulatori, oltre a cani e gatti, anche tutti gli animali “diversi” che si dovessero presentare, dai serpenti ai criceti, dalle cavie ai canarini.

Le motivazioni che rendono particolarmente indicata l’applicazione dell’omeopatia in un Giardino Zoologico possono riassumersi nei seguenti punti:

Problema:

Oggettive carenze delle scienze zoologiche nella conoscenza dei meccanismi più intimi di tipo fisiologico ed etologico di moltissime specie animali: pur essendo interessato al settore un gran numero di tecnici ed appassionati, è praticamente utopistico pensare che possano essere state sviluppate conoscenze approfondite quanto quelle accumulate nel corso della storia sugli animali domestici di più larga diffusione;

Soluzione:

L’omeopatia, pur riconoscendo l’importanza fondamentale di una conoscenza approfondita di tutti i fenomeni fisiologici e patologici di ogni singola specie, e pur auspicandone un costante approfondimento, si pone come una forma terapeutica che permette di poter essere, in un certo senso, “ignoranti”, in quanto il particolare meccanismo di azione del rimedio omeopatico permette di agire imitando i sintomi reattivi messi in moto dall’organismo, ed impedisce di provocare danni ove, in un determinato quadro, si scambino per patologiche, proprio per ignoranza, manifestazioni assolutamente fisiologiche.

Problema:

Conseguenziale difficoltà oggettiva, da parte anche del più serio professionista, di una approfondita conoscenza della patologia delle centinaia di specie presenti in uno Zoo: anche un vero e proprio specialista in specie esotiche non può certo proporsi come un credibile “tuttologo” in grado di far fronte alle patologie più svariate e spesso poco o nulla conosciute che si possono presentare. E’ d’altronde improponibile, nella realtà attuale, pensare a veterinari che possano o debbano specializzarsi su una singola specie per poterne affrontare con vera cognizione di causa tutte le patologie possibili.

Soluzione:

L’omeopata, pur trovandosi naturalmente nella stessa situazione di carenza, sfrutta una caratteristica peculiare dell’omeopatia che gli permette di trovarsi in una condizione di effettivo vantaggio: uno dei suoi principi fondamentali è quello di imitare, rafforzare e modulare, secondo la legge di similitudine, i meccanismi messi in atto dalla natura per far fronte alle più svariate forme morbose. In pratica basta riuscire a “leggere” correttamente i meccanismi di reazione, che altro non sono che i sintomi presenti nel corso di qualsivoglia quadro patologico, per poter scegliere un rimedio omeopatico efficace ed adatto al caso.

Problema:

Esistenza di un gran numero di malattie dichiarate incurabili od inguaribili dalla medicina classica: le molecole messe a disposizione dalla farmacopea ufficiale si dimostrano assolutamente incapaci di curare e guarire la stragrande maggioranza delle malattie croniche esistenti.

Soluzione:

L’omeopatia si dimostra sia concettualmente che praticamente in grado di curare molto bene le malattie di tipo cronico, e non è infrequente assistere a guarigioni definitive da malattie diagnosticate inguaribili anche attraverso esami di laboratorio.

L’omeopatia non fa miracoli, ma l’organismo, seppure non frequentemente, ne è in grado: poiché il rimedio omeopatico agisce semplicemente amplificando le capacità di guarigione dell’organismo e ripristinandone le energie potenziali, perché meravigliarsi di guarigione apparentemente miracolose? Le malattie dipendono costantemente da uno squilibrio energetico, ed il nostro intervento omeopatico potrà significativamente aumentare le capacità di autoguarigione del nostro organismo.

Coloro che sentiranno lesa la dignità del vero medico nel sentir affermare che il miglior modo di fare medicina può essere quello di imitare umilmente i meccanismi di difesa dell’organismo, faranno meglio ad andare a rileggere i giganteschi tomi, anche assai recenti, che descrivono le centinaia e centinaia di malattie esistenti, osservando le terapie proposte: ove non sia espressamente dichiarata l’incurabilità, vengono pressoché costantemente proposti gli anti-infiammatori, vera sconfitta della medicina.

Problema:

Particolare incidenza di problemi di tipo comportamentale in animali costretti a vivere in cattività: le condizioni di vita alle quali debbono adattarsi le varie specie animali, creano i presupposti inesorabili allo sviluppo di patologie di tipo psichico, psicosomatico ed anche fisico. Pur apprezzando e rispettando i lodevoli sforzi di molti Zoo per ridurre al minimo le conseguenze negative derivate dallo sradicamento dal proprio ambiente naturale delle varie specie animali, persistono fatalmente numerosi fattori (dal difficile rispetto degli spazi minimi vitali al sovraffollamento, dalle difficoltà ad adattarsi ad un clima diverso da quello origine, alla inevitabile nostalgia del luogo originario) che determinano profondi squilibri sfocianti inevitabilmente nelle patologie più svariate.

Soluzione:

Mentre la medicina classica non possiede praticamente alcun mezzo per far fronte agli svariati problemi di tipo comportamentale che si presentano con estrema frequenza negli Zoo (non penso possa essere considerato un valido mezzo, se non in casi particolari, l’uso degli psicofarmaci), il rimedio omeopatico, agendo a livello dell’intero organismo e quindi anche a livello della psiche, si rivela spessissimo molto efficace nella terapia dei problemi di tipo comportamentale. Pur riconoscendo che molte patologie comportamentali riconoscono cause pressoché impossibili da rimuovere, è indiscutibile che una terapia omeopatica ben scelta sia in grado di ottimizzare, a volte in modo straordinario, la risposta di adattamento ad un determinato problema.

Problema:

Difficoltà a visitare compiutamente la maggior parte degli animali presenti: le visite più efficaci sono quelle realizzate in soggetti dalla salute ormai fortemente compromessa, e quindi molto spesso di scarsa utilità, oppure su soggetti anestetizzati o trattati con tranquillanti, che fatalmente non fanno percepire molte variazioni e reazioni spontanee utili ai fini di una diagnosi.

Soluzione:

La medicina omeopatica permette molto spesso di ovviare a questa effettiva difficoltà, ricorrendo ad una attenta osservazione, anche da lontano, di una serie di sintomi che si rivelano assolutamente inutili per una diagnosi classica, ma utilissimi ad una scelta di tipo omeopatico: l’aspetto, il colore, la consistenza e l’odore delle deiezioni; l’atteggiamento e la posizione dell’animale; il suo tipo di respiro, la presenza di tosse, di scialorrea e di secrezioni con le loro caratteristiche; addome gonfio o meno; la scelta del posto ove si colloca durante la malattia; la presenza od assenza di sete o fame; reazioni esagerate di paura od al contrario indifferenza; la reattività alla temperatura ambientale ed agli agenti atmosferici; in una parola qualsiasi variazione dal suo comportamento abituale ci fornirà dei dati utilissimi alla ricerca del rimedio più efficace, evitando in molti casi tutti i problemi che derivano dal contenimento dell’animale.

Problema:

Difficoltà di somministrazione delle terapie: molte delle terapie più efficaci esistono sul mercato solo in forma iniettiva, determinando spesso una impossibilità pratica ad eseguirle. Di conseguenza si rende spesso necessario il ricorso a principi medicamentosi che sono diversi da quello ottimale, ma che hanno la “dote” di presentarsi in forma orale. Inoltre, anche nell’ambito dei medicamenti orali, bisogna eseguire ulteriori selezioni perché il sapore di molte formulazioni è talmente sgradevole da renderne impossibile l’uso anche se miscelato con i cibi. In caso contrario bisogna ricorrere a quotidiani “inseguimenti” per tentare di somministrare, agli animali non pericolosi, il medicamento direttamente per os. Questa tecnica provoca tali shock negli animali ammalati da poter annullare completamente gli eventuali benefici della cura.

Soluzione:

I rimedi omeopatici sono tutti reperibili anche in forma liquida od in granuli, ed il loro sapore non crea difficoltà alla somministrazione nei liquidi di bevanda o negli alimenti solidi. Ciò è dovuto al fatto che la sostanza base del rimedio omeopatico è estremamente diluita e dinamizzata: in pratica il gusto finale del rimedio è determinato esclusivamente dal veicolo zuccherino, acquoso od idro-alcoolico che supporta l’energia e le proprietà terapeutiche della sostanza base.

Problema:

Le cure tradizionali necessitano di somministrazioni quotidiane o pluri-quotidiane di farmaco, con gli inconvenienti che abbiamo già in precedenza citato.

Soluzione:

Alcune potenze dei rimedi omeopatici, adatte specie nelle malattie croniche e nei problemi di tipo comportamentale, hanno una azione molto prolungata nel tempo: spesso una unica somministrazione è in grado di mettere in moto i processi di guarigione dell’animale. Negli altri casi sono, di norma, sufficienti ripetizioni del rimedio ad intervalli variabili fra i 7 ed i 60 giorni.

Problema:

Le cure tradizionali hanno spesso costi molto elevati, che possono mettere in grave difficoltà le fragili economie degli Zoo. Uno dei “difetti” della moderna ricerca farmacologica è quello di ricorrere sempre più spesso a molecole di sintesi di laboratorio: il costo di tali molecole, a causa degli inevitabili forti costi di sperimentazione, tende a lievitare costantemente.

Soluzione:

Uno dei vantaggi delle cure omeopatiche sta nel costo bassissimo degli interventi terapeutici: non è raro riuscire a far guarire animali da malattie croniche ricorrendo ad una unica somministrazione di un rimedio del costo di 8/9 mila Lire.

Non bisogna assolutamente meravigliarsi od essere scettici di fronte alla affermazione che una singola somministrazione di un rimedio omeopatico possa ottenere come risultato la guarigione di una patologia magari radicata da anni nell’organismo: ciò è reso possibile dal fatto che le malattie croniche sono causate da un deficit permanente dell’energia dell’organismo. Tale deficit conduce alla malattia, che evidenzierà a carico degli organi più sensibili. Solo un “farmaco energia” potrà essere in grado di ripristinare l’equilibrio dell’organismo riportandolo alla guarigione.

Essendo quindi la malattia l’inevitabile conseguenza di un deficit energetico dell’organismo, è materialmente impossibile ottenere risultati soddisfacenti direttamente sugli organi interessati: tale fatto spiega perfettamente la provvisorietà dei risultati delle terapie classiche nella cura delle malattie croniche.

Problema:

Carenza obbiettiva di conoscenza sulla tossicità di svariati farmaci tradizionali nei confronti di molte specie animali: non si può negare che determinati farmaci vengano più volte direttamente “sperimentati in vivo” in animali ammalati senza poterne prevedere correttamente gli effetti. Qualsiasi professionista onesto sa di poter annoverare nella propria casistica un determinato numero di animali morti non per la malattia ma per gli effetti indesiderati dei farmaci somministrati.

Soluzione:

I rimedi omeopatici, proprio per il meccanismo della diluizione cui abbiamo appena accennato, non possiedono alcun grado di tossicità: nessun rimedio omeopatico può provocare fenomeni di intossicazione. Ciò non significa, ovviamente, che con l’omeopatia non si possano provocare danni: il rimedio omeopatico esplica la sua azione a livello energetico e la sua potenza, se non usata con la necessaria oculatezza e cognizione di causa, può essere a tal punto devastante da provocare aggravamenti anche molto seri, e, in taluni casi particolari, anche la morte del soggetto in terapia.

E’ d’altronde inevitabile che i risultati positivi ottenibili abbiano un rovescio della medaglia: un polo positivo deve possederne il corrispondente negativo, e naturalmente l’omeopatia non può derogare da tale principio.

Esistono comunque regole e criteri precisi che permettono all’omeopata di avere un buon controllo della situazione e di poter dosare il rischio a seconda delle necessità e della propria conoscenza. L’omeopatia non può e non deve essere applicata con improvvisazione, ed una applicazione corretta non può prescindere da uno studio approfondito e prolungato delle sue basi teoriche.

Chiunque parli ironicamente di “acqua fresca” dimostra semplicemente di non avere alcuna conoscenza della materia, e neanche rispetto di quei colleghi che, in tutta Europa ed anche in molte altre parti del mondo, da quasi 200 anni la applicano con soddisfazione negli allevamenti di ogni tipo. Al di là di qualsiasi dimostrazione pratica, riesce molto difficile immaginare centinaia o migliaia di animali che si auto convincono a guarire per un semplice effetto placebo, ed anche centinaia di allevatori disposti a farsi turlupinare stabilmente.

Chi ha dei dubbi su questa forma di medicina provi a studiarsela seriamente: si accorgerà che, se esiste una forma di medicina basata su principi chiari e puliti, questa è proprio l’omeopatia e si accorgerà quanto sia assurdo cercare di giudicarla secondo le leggi della chimica.

Omeopatia e cavalli

Pur dimostrandosi l’omeopatia efficace in tutte le specie animali, essa risulta straordinariamente incisiva e risolutiva, per motivi difficili da spiegare, nel trattamento del cavallo, tanto che quest’ultimo risulta essere uno degli animali che in assoluto reagisce meglio alle terapie omeopatiche.

Se è vero, infatti, che sono le specie animali meno condizionate dall’uomo, a reagire meglio alle cure omeopatiche, come risulta confermato dagli ottimi risultati che si conseguono nel campo cunicolo, aviare e zootecnico in genere, i risultati sugli equini, animali pesantemente condizionati dall’uomo sia dal punto di vista temperamentale che fisico, risultano necessariamente in contro-tendenza. Ma è anche vero che tutti i colleghi omeopati che trattano cavalli possono confermare il loro ottimo livello di ricettività e di risposta.

Nella casistica personale, pur non particolarmente amplia in quanto il mio indirizzo prevalente riguarda i piccoli animali, i risultati ottenuti sono sicuramente soddisfacenti, specie considerando che, come molto spesso accade all’omeopata, si viene interpellati quasi esclusivamente per casi disperati o dichiarati inguaribili dai colleghi allopati. Infatti, proprio le pressoché incurabili malattie respiratorie croniche e le frequentissime zoppie irriducibili causate dalle più svariate patologie a carico dell’apparato locomotore, costituiscono le principali fonti di intervento di tipo omeopatico. Capita infatti di affrontare situazioni apparentemente irrisolvibili, ed è spesso necessario, per affrontare con la giusta carica situazioni cliniche di questo tipo, trovare le motivazioni e la determinazione sufficienti proprio nei casi risolti in precedenza a dispetto di ogni logica previsione.

Anche i problemi comportamentali, comunissimi nei cavalli, trovano spesso buona risoluzione nel trattamento unicista, ed in numerosi casi sono riuscito a risolvere od a mitigare notevolmente problemi come paure eccessive, ombrosità, scarso desiderio di impegnarsi, distrazione, tic di vario tipo, vizio di “tirare”, eccitabilità o timidezza esagerata, cattivo rapporto con i propri consimili ed altro.

Molto efficaci risultano i trattamenti omeopatici anche sui cavalli da corsa, specie per ridurre lo stress sia psichico che fisico che precede e segue ogni competizione: la somministrazione di alcuni rimedi specifici può aumentare in modo sorprendente la resistenza allo sforzo dei soggetti trattati, senza incorrere in alcun modo nel rischio di doping e senza somministrare sostanze sia potenzialmente che praticamente dannose.

Omeopatia ed avicoltura

Anche il campo avicolo si presta molto bene alle terapie di tipo omeopatico, e sono ormai numerose le esperienze, sia cliniche che sperimentali, che mettono in luce come i trattamenti omeopatici permettano di ottenere buoni risultati sia terapeutici che preventivi, abbattendo oltretutto nel contempo i costi di intervento.

Schemi di intervento che tengano nella dovuta considerazione le peculiarità di ciascun allevamento possono permettere di tenere sotto controllo le patologie più temibili, dal colpo di calore estivo alle colibacillosi, dalle patologie respiratorie a quelle parassitarie, dalla fragilità del guscio nelle ovaiole alle patologie degli apparati di sostegno dei tacchini.

Uno dei risultati più interessanti messi in rilievo dagli schemi di trattamento omeopatico riguarda le caratteristiche organolettiche dei soggetti trattati: queste risultano quasi costantemente superiori a quelle dei soggetti trattati tradizionalmente, ed il gusto, la consistenza, il colore e la fragranza dei polli e tacchini allevati con criteri omeopatici si riconoscono al primo impatto. Possiamo garantire che gli addetti alla macellazione riconoscono senza difficoltà i soggetti trattati omeopaticamente dagli altri. In attesa di criteri oggettivi che possano codificare in modo inequivocabile e corretto tali miglioramenti, saranno comunque i giudizi disinteressati dei consumatori a confermarne la validità.

Esistono comunque ostacoli assai difficili da superare, primo fra tutti l’elevatissimo numero di variabili esistenti nel campo aviare: problemi stagionali, atmosferici, logistici, di razza, di ciclicità e di modificazione continua dei fenomeni patologici, alimentari ed altro, determinano un tale intrico di combinazioni possibili da impedire l’uso di modelli standardizzati di trattamento. Risulta quindi necessario adattare le terapie sia preventive che curative alle situazioni che mano a mano si presentano.

E’ anche necessario tenere presente che il concetto stesso di allevamento intensivo è antitetico in modo assoluto alle leggi biologiche naturali: quanto più si cerca di concentrare un certo numero di animali in uno spazio ristretto, tanto più la natura risponde, attraverso quei meccanismi di selezione spontanea che sono rappresentati dalle malattie, cercando di ripristinare il numero di soggetti ideale per tale ambiente; e quanto più la farmacologia riuscirà a trovare molecole in grado di arginare determinate patologie di massa, tanto più la natura elaborerà nuove forme patologiche sempre più iperacute e fulminanti per cercare di “riportare l’ordine”. E’ quindi ipotizzabile, come d’altronde lascia largamente intuire il presente, che il teatro futuro degli allevamenti intensivi sarà costituito da una sempre più difficile lotta fra farmaci sempre più potenti e malattie sempre più devastanti. In questo sconsolante quadro, una forma di terapia, come quella omeopatica, che mira ad esaltare i meccanismi di difesa naturali, può ovviamente trovare una collocazione di rilievo.

Il settore avicolo, proprio per i grandi numeri che può offrire, si presta assai bene anche a lavori di tipo sperimentale, gli unici che possono permettere all’omeopatia di acquisire una dignità veramente scientifica.

L’ animale “cittadino”

Nello scorso articolo abbiamo accennato al ruolo che l’omeopatia specificatamente veterinaria può svolgere nel ritrovamento di un equilibrio più rispondente alle effettive esigenze dei nostri animali domestici.

Negli animali cittadini tali esigenze sono sempre più frequentemente disattese da un sistema di vita che ormai nulla ha di naturale. Ecco allora sotto gli occhi di tutti il forte aumento dei problemi comportamentali sia nel cane che nel gatto: quanti sono effettivamente gli animali che, vivendo a stretto contatto con l’uomo, riescono a mantenere con l’ambiente, con i loro simili e purtroppo con il loro stesso padrone quello stesso rapporto equilibrato e sereno che rappresentava la norma non più di 15 anni orsono?

Se si vuole mantenere un minimo di obbiettività, dobbiamo riconoscere che sono molto pochi e tra l’altro destinati a una continua diminuzione. D’altronde se si considera che il cane è una vera e propria “spugna” che assorbe sistematicamente tutte le problematiche dei padroni, tali deviazioni comportamentali diventano ineluttabili.

Chiunque abbia un minimo di spirito di osservazione ha più volte potuto notare come l’animale da compagnia tenda ad assomigliare sempre più strettamente al proprio padrone, specie purtroppo nei difetti.

Che cosa ha conservato, d’altra parte, di naturale l’ambiente in cui viviamo?

E come possiamo pensare che i nostri “amici” siano in grado di adattarvisi senza conseguenze? Li costringiamo a vivere in appartamenti sempre più ridotti, con ritmi di vita che sono fatalmente dipendenti dalle nostre necessità e dai nostri problemi e non certo dai loro. Proviamo a immedesimarci nel nostro cane, di avere lo stesso udito finissimo ed essere sottoposti all’incessante bombardamento dei suoni e rumori che ci circondano ed assillano permanentemente giorno e notte: penso che strilleremmo costantemente la nostra rabbia contro il mondo intero, esattamente come lui abbaia sempre più frequentemente magari a persone o a situazioni che conosce perfettamente e che quindi dovrebbe completamente ignorare. Tale bombardamento acustico, unito comunque a molte altre cause che tratteremo in seguito, ha provocato il forte aumento di cani che abbaiano perennemente o che tentano di aggredire chiunque passi anche quando sono sistemati in comodi parchi o in più che adeguati spazi verdi. Pensiamo d’altronde a come provvediamo di norma alle sue necessità fisiologiche: passeggiate brevissime e frenetiche durante le quali magari lo esortiamo alla massima fretta possibile; per il gatto una vita spesso costantemente al chiuso di un appartamento, senza mai la gioia di assaporare il tepore del sole sulla pelliccia o la stimolante brezza di una bella giornata di primavera. E’ vero che, spesso, tali privazioni nascono solo dal legittimo desiderio di non vedercelo finire sotto un’autovettura, ma altrettanto spesso trattiamo il nostro animale come un oggetto mortificandone molte volte anche la sessualità con metodi chirurgici o chimici per non aver fastidi con le caratteristiche “scie odorose” e con i miagolii incessanti dei periodi del calore. All’opposto molti problemi per i nostri animali nascono dai sensi di colpa che fatalmente derivano dalle numerose restrizioni cui li sottoponiamo: tali sensi di colpa conducono all’incapacità di saper o voler porre alcun limite educativo ai nostri amici facendone spesso dei veri e propri disadattati. Ecco allora spiegato il gran numero di animali aggressivi, mordaci con gli stessi padroni, ipersensibili a qualsiasi stimolo esterno o al dolore; oppure eternamente agitati, ululanti: tali soggetti non vengono normalmente educati in alcun modo a limitare certe abitudini od atteggiamenti e si sentono quindi autorizzati a qualsiasi tipo di comportamento. Anche la paurosità e la timidezza hanno spesso origine in un comportamento poco sicuro del padrone dell’animale.

E’ evidente che tali problematiche potranno essere risolte alla radice solo attraverso diversi sistemi di convivenza e di educazione (ma del proprietario!) ma è altrettanto vero che molte situazioni potranno essere risolte brillantemente con adeguati trattamenti omeopatici. L’omeopatia è, infatti, in grado di ottimizzare la risposta degli animali a qualunque tipo di stress, riducendone quindi drasticamente anche le conseguenze.

Prima di affrontare le tecniche che possono permetterci di correggere le situazioni descritte in precedenza, nel prossimo numero parleremo delle regole che, fin dalla più tenera età del cucciolo, permetteranno una valida prevenzione a tali problemi.

L’alternativa omeopatica

L’omeopatia, da quando è stata scoperta, considera, correttamente, i sintomi per quello che sono, espressione di difesa dell’organismo, e secondo tale logica, sfrutta il principio de “il simile cura il simile”, utilizzando rimedi che aiutano l’organismo potenziando i suoi naturali meccanismi di difesa.

L’opposto significato attribuito dalla medicina convenzionale e dall’omeopatia ai sintomi, la prima considerandoli una negativa espressione di malattia, la seconda un positivo segno di reazione, ha determinato inevitabilmente un approccio concettuale ma anche terapeutico diametralmente opposto: la Medicina Omeopatica favorendo e modulando l’azione dei sintomi, la Medicina convenzionale eliminandoli o soffocandoli con molecole sempre più potenti.
Poiché entrambi i metodi hanno risultati inconfutabili e convalidati da lungo tempo, quali possono essere i parametri da scegliere per valutare con obiettività quale delle opposte concezioni sia quella più valida e corretta?
Che il sintomo sia un segno di reazione e non un segno della malattia lo dice la logica: la diarrea, il vomito, la scialorrea, la tosse sono dei canali aperti dall’organismo per allontanare tossine e veleni e le perdite consequenziali di liquidi ed elettroliti sono sempre il male minore. D’altronde la stessa Medicina tradizionale ha manifestato un notevole cambio di rotta rispetto ai tempi, non certo lontani, in cui, ad esempio, per la tosse veniva somministrata la codeina, per la scialorrea la atropina e per la diarrea il tannino: attualmente si sta bene attenti, in presenza di sostanze tossiche, a non bloccare il vomito e la diarrea, e nei fenomeni respiratori vengono privilegiate le molecole che portano alla cosiddetta maturazione ed espulsione del muco attraverso la tosse, vista finalmente come meccanismo indispensabile di eliminazione. Contemporaneamente, però, in un clima di enorme contraddizione, crea e favorisce l’uso di molecole che inibiscono la peristalsi intestinale: da una parte l’intestino accelera la peristalsi per liberarsi in fretta dei veleni in esso presenti, dall’altra si pensa di bloccarle con molecole ad hoc! E crea molecole anti-infiammatorie sempre nuove e sempre più potenti, che soffocano quei fenomeni infiammatori che qualsiasi libro di patologia descrive come il più importante processo di guarigione dell’organismo! Tali metodiche trovano una giustificazione solo nell’assenza di valide soluzioni alternative: tutta la medicina energetica, sia sotto il profilo teorico sia pratico, si rivela come un’insostituibile alternativa e uno strumento in grado di capire, trattare e guarire molte di quelle malattie considerate altrimenti inguaribili e quindi “curabili” quasi esclusivamente con gli onnipresenti anti-infiammatori.

L’omeopatia applicata alla clinica quotidiana

Credo, modestamente, di avere avuto indici di mortalità molto più bassi dei colleghi perché ero e sono un esperto in omeopatia, forma di medicina che, nei casi iperacuti rappresenta spesso l’unica arma efficace per tener in vita l’animale.

Posso affermare in tutta tranquillità che l’omeopatia è tutto fuorché acqua fresca come si ostina ad affermare la medicina ufficiale. Peccato che chi la pratica sia un medico che ha la stessa laurea degli altri e che, in più, ha studiato anche questa forma di medicina. Sarebbe logico contestarla se chi la studia non avesse le stesse basi scientifiche e gli stessi piani di studio dei colleghi, ma visto che non è così, l’atteggiamento più logico sarebbe quello, da parte di chi legittimamente diffida, andarla a studiare ed applicare, verificandone i risultati senza preconcetti. Oltretutto, i risultati delle cure omeopatiche, nonostante quello che si pensa, sono spesso molto veloci e, quindi, facili da verificare. Teniamo presente che, in veterinaria, non possiamo neanche contare sull’effetto placebo, effetto sicuramente importantissimo in ogni terapia, spesso addirittura fondamentale per la guarigione. Nella mia vita professionale ho avuto modo di curare omeopaticamente i cavalli, animali che rispondono in modo straordinario, arrivando a guarigioni impensabili. Ricordo tre casi, fra i non molti trattati (non ero un esperto del settore e i proprietari se ne accorgevano immediatamente, tendendo a interrompere il rapporto con me nonostante i risultati conseguiti): un cavallo da corsa molto importante, afflitto da laminite e già visto da vari luminari che ne avevano decretata l’impossibilità a guarire. Dopo una apparentemente banalissima cura dei globuli omeopatici identificati come rimedio alla malattia (somministrare delle pilloline come quelle caratteristiche dei rimedi omeopatici a un cavallo sembra a chiunque un non senso), il cavallo è tornato in salute, ritornando addirittura a vincere delle gare. Posso dire onestamente che spesso, con le cure omeopatiche, il primo a essere incredulo dei risultati era il sottoscritto. Con questa forma di medicina ti senti come un troglodita che riesce a gestire macchinari complicatissimi ma efficientissimi, usando delle regole precise e logiche, ma senza neppure avere delle cognizioni complete sulla materia. Eppure, dell’omeopatia ero e sono molto preparato, avendo frequentato un corso triennale, avendola studiata con scrupolo ed essendo stato direttore e fondatore di una scuola privata ad essa dedicata, ancor adesso esistente e regolarmente funzionante. Ho avuto l’onore di essere nominato segretario della Liga, associazione che unisce medici e veterinari di tutto il mondo e ho scritto un libro sulla teoria e metodologia omeopatica che viene ancora usato come libro di testo in questa scuola. Ho scritto anche altri testi di omeopatia (fra cui una materia medica veterinaria), che, tuttavia, non ho mai pubblicato. Fra i tanti lavori eseguiti per dimostrare l’efficacia di questa forma di terapia così poco considerata, si possono consultare, nel mio sito personale, quelli relativi agli animali da zoo, quelli relativi ai cavalli, quelli sul cane e sul gatto e quelli eseguiti, in collaborazione con un noto ricercatore della facoltà di radiologia di Padova, sui polli e sui tacchini. Tali ricerche, sicuramente le più importanti, dimostravano, senza ombra di dubbio, la capacità di alcuni rimedi omeopatici (tutti considerati “acqua fresca” dalla scienza) di aumentare in modo statisticamente e altamente significativo la densitometria ossea degli animali trattati rispetto a quelli non trattati. Anche di questo lavoro, mai pubblicato perché rifiutato o addirittura snobbato dalle riviste più prestigiose (Nature, Science, Medical Journal), troverete copia nel mio sito personale. Molti lavori “scientifici” sono spesso taroccati (alcune statistiche affermano che circa il 30% delle ricerche sono fasulle, cioè dirottate per dimostrare quello che si vuole), ma posso affermare, senza tema di essere smentito, che il lavoro in questione è corretto, ben fatto e dimostra in modo inequivocabile l’effetto dell’omeopatia.

Legge di similitudine

Qualsiasi sostanza che, nella sua sperimentazione su un soggetto sano, abbia provocato la comparsa di un determinato complesso di sintomi, sarà in grado di influenzare positivamente, qualsiasi sia la sua origine, un quadro sintomatologico simile, producendo una esaltazione dei meccanismi di difesa in atto.

La legge di similitudine è stata osservata fin da tempi antichissimi, ma il primo che la ha veramente studiata ed enunciata in modo chiaro è stato Ippocrate: egli spiegava nei suoi scritti che, per affrontare le malattie, esistono due modi completamente opposti: la via dei contrari e quella dei simili, distinguendo l’uso curativo da quello tossico.

La medicina di Ippocrate parte dall’osservazione oggettiva dei segni della malattia, arrivando alla terapia attraverso due vie opposte: quella dei contrari “contraria contrariis curentur” e quella dei simili “similia similibus curentur”. Entrambe vengono impiegate per mettere in moto le forze sanatrici della natura “Vis medicatrix naturae”. Ippocrate fu il primo ad abbandonare le concezioni mitologiche e pre-scientifiche per introdurre in medicina l’osservazione sistematica e metodica dei fenomeni, privilegiando il metodo induttivo, dal particolare al generale, dagli effetti alle cause e dai fatti concreti ai principi teorici, contestando tutte le teorie di tipo speculativo.

Nel suo testo “dei luoghi dell’uomo” espone la medicina del simile, differenziandola da quella dei contrari, ed affermando la necessità di individualizzare ciascun caso e, conseguenzialmente, anche l’atto terapeutico: “si tratterebbe a volte con i contrari, secondo la natura e l’origine della malattia, a volte con i simili, nuovamente secondo la natura e l’origine della malattia”. Ed afferma inoltre: ” la maggior parte delle malattie sono curabili con le stesse cose che l’hanno procurate” e ” la malattia è prodotta dai simili e mediante i simili che la producono, il malato ritorna dalla malattia alla salute. Così ciò che provoca stranguria dove non esisteva, cura la stranguria dove esiste. La tosse, come la stranguria, è causata dalle stesse cose.”

Nella sua opera permangono comunque evidenti tracce del simile magico pre-Ippocratico: è tuttavia evidente in tutti i suoi scritti una notevolissima capacità di osservazione di tutti i fenomeni naturali.

Tali premesse ci fanno capire chiaramente perché di fronte ad un congelamento, ad esempio, possiamo usare due tecniche terapeutiche opposte, quella dell’identico, frizionando le parti congelate con del ghiaccio, e quella dell’opposto apponendo una fonte di calore; allo stesso modo, di fronte ad un surriscaldamento, si possono applicare stimolazioni calde od applicazioni fredde. Entrambe le tecniche sono efficaci (tutti i popoli che vivono sulla neve conoscono ed applicano con sicurezza la tecnica dell’identico, e tutti sanno che una bevanda od una doccia calda sono mezzi molto efficaci per combattere qualsiasi fenomeno di surriscaldamento), ma c’è una differenza fondamentale fra i due metodi: l’uso del contrario vede l’organismo subire passivamente tale azione, l’uso del simile determina una reazione attiva che permane ben oltre l’effetto dello stimolo conducendo, ove possibile, alla guarigione in tempi nettamente più brevi.

Ovviamente la reattività dell’organismo non si accende solo con stimolazioni di tipo termico, ed il modello reattivo è utilizzabile praticamente con tutte le sostanze presenti in natura: ogni sostanza è capace, quindi, di provocare sia effetti tossici e perturbanti, sia effetti reattivi e curativi. Ma, mentre per il freddo ed il caldo abbiamo usato il principio dell’identico, in Omeopatia si usa la sostanza che sia in grado di indurre, nell’organismo di sperimentatori sani, sintomi il più possibile simili a quelli comparsi nella malattia che vogliamo curare.

Per quale motivo?

La logica della legge di similitudine è ferrea e lampante:

se i sintomi, come l’esperienza dimostra, sono un segno di reazione positiva dell’organismo, il somministrare, in un determinato quadro sintomatico, sostanze che producano sintomi reattivi simili, determinerà una forte accelerazione verso la guarigione.

La legge di similitudine è spesso usata empiricamente, magari inconsapevolmente: possiamo citare, ad esempio, alcune pratiche curative in uso presso i “Curanderos”, veri e propri stregoni dei popoli indigeni messicani. Vengono infatti usate svariati tipi di erbe, in molti casi sfruttandone le capacità “anti”, ma in altri con il criterio della similitudine.

Elenchiamo tali casi citandone la fonte che, curiosamente, è la nota rivista “Scienza Veterinaria” n. 6 del novembre-dicembre 1987.

Leggendo l’esposizione dei curatori viene quasi da sorridere quando viene manifestata una evidente perplessità sull’apparente contraddizione di certi fenomeni citati. Leggiamo testualmente: “Non è tutto chiaro. Esistono apparenti contraddizioni fra l’attività specifica conosciuta di alcune piante e l’uso che ne viene fatto dagli indigeni. Per esempio “l’Agave cupreata” viene usata come antidoto al veleno dei serpenti, mentre, da studi svolti, dovrebbe, contrariamente, aumentare la velocità di assorbimento e potenziare proprio l’attività di alcuni veleni. Il “Croton Drago”, che contiene varie sostanze irritanti, è usato invece con successo come anti-diarroico ed anti-cheratitico. Alla “Rosa centifolia” viene attribuita una azione leggermente lassativa. Al contrario, contenendo una certa percentuale di tannino, sarebbe più logico ritenere che possa essere dotata di un’azione astringente (si usano i petali in infuso). La “Sida acuta” usata tradizionalmente come anti-diarroico contiene un alcaloide che dovrebbe provocare diarrea“.

E’ evidente che i due curatori dell’articolo, non conoscendo l’Omeopatia, non potessero altro che manifestare perplessità di fronte ai fatti citati, mentre essi altro non sono che una applicazione perfetta e probabilmente inconsapevole del principio della similitudine.

Per tali applicazioni empiriche, mancando comunque due principi fondamentali, quelli della diluizione e della succussione, non possiamo assolutamente parlare di omeopatia, ma dobbiamo considerarle più semplicemente della pur ottima fitoterapia.

Ma agendo in questo modo non esiste il rischio di far peggiorare gravemente i disturbi del malato? Ritornando all’esempio del congelamento, se continuassimo a frizionarlo col ghiaccio a tempo indefinito otterremmo il risultato opposto a quello voluto, consegnando il soggetto alla cosiddetta “morte bianca”: le stimolazioni col simile debbono essere minime e dosate, e proprio per tal motivo le sostanze omeopatiche vengono usate a dosi infinitesimali. Hahnemann usò la tecnica della diluizione progressiva per evitare i temibili aggravamenti dei pazienti. Tale tecnica, rimasta inalterata da allora, permette di evitare molto spesso il fenomeno sempre possibile dell’aggravamento omeopatico.