Il consumo di carne nel mondo: un terribile paradosso

Lo sapevate che oltre tre miliardi di animali all’anno finiscono sulle tavole dei consumatori di tutto il mondo “ricco” e sovralimentato? La quantità di cibo (oltre la metà delle produzioni mondiali annue dei cereali e della soia) destinata a nutrire questo esercito sterminato di animali da sacrificare) sarebbe sufficiente a dar da mangiare alle centinaia di milioni di bambini che, invece, muoiono per denutrizione. Una considerazione spaventosa: togliamo di bocca cereali, fonte di carboidrati, e soia, fonte di proteine, a chi non ne ha per darlo ad animali destinati ad alimentare chi ha problemi di sovrappeso e, di conseguenza, di salute!

Ho già citato in passato un altro fatto mortificante: la quantità di acqua che serve per portare a termine il ciclo di produzione degli animali d’allevamento nella loro massa totale è enormemente superiore a quella necessaria per la produzione di cereali, circa 15.000 litri contro poco più di mille. E anche l’acqua, bene talmente prezioso da essere fonte di guerre mortali per il suo possesso, viene, quindi, a essere usata a sproposito.

È sempre difficile immedesimarsi in situazioni che non siano dirette e visibili, ma queste semplici considerazioni vogliono solo stimolare a riflettere ogni volta che mangiamo un pezzo di carne: ciascuno di noi può dare il proprio contributo, ed è veramente confortante percepire attorno a noi un cambiamento di mentalità che coinvolge in modo oserei travolgente sempre più persone (e chi ama gli animali, ovviamente, è il primo). Ammetto senza paura di aver mangiato tanta carne nella mia vita, e ancor adesso, qualche volta cedo alla tentazione, ma mi conforta osservare che è un cammino a senso unico e sempre più veloce verso il vegetariano, unica via che permetta un minimo di giustizia.

 

Lettera di Umberto Veronesi – Fondatore e direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia

Sono grato all’autore per avermi citato e soprattutto per aver sottolineato il tema che mi turba di più: il paradosso del consumo di carne nel mondo. Ferrari parla giustamente di massacro e io vorrei darne una dimensione: stiamo parlando di 4 miliardi di capi di allevamento che ogni anno vengono sacrificati per il palato di circa 2 miliardi di esseri umani, in gran parte sovralimentati. Non possiamo infatti dimenticare che il consumo eccessivo di carne, oltre ad essere una crudeltà inaccettabile, è una delle cause principali dell’ingiustizia alimentare che fa sì che circa 1 miliardo di persone non abbia cibo a sufficienza e muoia di fame, fra cui molti bambini, mentre due miliardi si ammalino e muoiano per eccesso di alimentazione.

In realtà ci sarebbe cibo a sufficienza per tutti se non dovessimo nutrire quei 4 miliardi di animali utilizzati come macchine da trasformazione di cibo. Praticamente il 50% dei cereali e il 75% della soia raccolti nel mondo sfamano animali da allevamento destinati al macello, invece che esseri umani. I poveri animali inoltre sono macchine non efficienti, anzi dannose per l’equilibrio ecologico: basta pensare che per ottenere un chilo di carne sono necessari quindicimila litri di acqua, mentre per un chilo di cereali ne sono sufficienti mille. Per questo sono convinto, come Albert Einstein, che l’abbandono della carne non sia una scelta, ma una necessità e il mondo dovrà convertirsi al vegetarianismo per sopravvivere. Detto questo, tengo a precisare che io sono vegetariano per motivi etici e che ho deciso di non mangiare animali molto prima di appassionarmi alla scienza, alla salute e alla sostenibilità ambientale.

Ho scelto di non mangiare gli animali perché li amo e non capisco come si possa ingoiare qualcuno che si ama. Capisco quindi le ragioni degli animalisti. Tuttavia il mio amore per la scienza e la mia fiducia nella sua capacità di migliorare il benessere del mondo sono nel tempo diventati molto profondi e dunque capisco anche le ragioni degli scienziati. Penso, quindi che, come già insegnava Sant’Agostino quasi 2000 anni fa, dobbiamo scegliere il male minore. Accettando la sperimentazione sugli animali nei casi in cui è ancora indispensabile, accettiamo ciò che non è un bene in sé, ma è un tributo che paghiamo all’etica, in vista di un vantaggio per un maggior numero di esseri viventi.

Il potere delle piante

Il potere delle piante – Una ricerca innovativa

Cari amici, ho il piacere di annunciarvi che, proprio in questi giorni, è stata pubblicata su una rivista di livello scientifico molto elevato (Journal of Immunology research, titolo “In vitro effects of some botanicals with anti-inflammatory and anti-toxic activity”) una ricerca tra le più importanti realizzate dal Dipartimento di Ricerca e Sviluppo SANYpet – FORZA10, sotto la guida dell’illustre immunologo, il Prof. Giuseppe Terrazzano. Questo lavoro, oltre a confermare scientificamente le già note proprietà antiossidanti e antinfiammatorie delle piante medicinali e della fitoterapia, dimostra, primo al mondo, l’effetto antitossico di un preciso pool fitoterapico sull’ossitetraciclina. Questo  antibiotico, largamente e legalmente utilizzato negli animali da carne, è stato da da noi identificato come possibile nemico della salute, avendo dimostrato la sua presenza nel macinato d’osso.*

Abbiamo decine di ricerche che evidenziano come le nostre diete nutraceutiche specifiche per organo (FORZA10 Active Line) permettano di risolvere la maggioranza delle patologie croniche dei nostri pet, ciò proprio perché riteniamo che esse siano provocate molto frequentemente proprio dall’ossitetraciclina, presente troppo spesso nel pet food tradizionale. Chiarisco che le aziende del settore pet food sono, assieme a tutta la filiera ispettiva e produttiva (autorità sanitarie, allevatori di animali da carne, produttori di farine) parte lesa, perché il problema sta a monte in una grave lacuna legislativa che prescrive il controllo dei residui di antibiotici esclusivamente sul muscolo, rene, fegato, uova, latte e miele, ignorando totalmente l’osso e il grasso perché non considerati edibili (mangiabili). Eppure, la contaminazione farmacologica e chimica degli alimenti da parte di molti inquinanti avviene proprio attraverso il consumo (quasi sempre inconsapevole) di osso e grasso, vere e proprie “discariche” di molti tossici. Non si può ignorare, infatti, che tutto ciò che viene realizzato con la carne separata meccanicamente dall’osso (wurstel, hamburger, nuggets, salsicce, insaccati vari, cordon bleu, spesso i tortellini) contiene osso in percentuali variabili ma anche importanti.

Ingredienti puliti, piante e ricerca scientifica: i  consigli per la salute

Invito tutti i possessori di cani e gatti a riflettere su questi punti riguardo la loro alimentazione:

  • SANYpet, azienda rigorosamente Cruelty Free, è nata dall’esperienza clinica personale sulle diffusissime patologie d’origine alimentare;
  • Ha un Dipartimento di Ricerca e Sviluppo che ha realizzato decine di ricerche sulle più frequenti patologie croniche o ricorrenti del cane e del gatto, identificando le formulazioni  efficacissime di tutte le referenze FORZA10 Active, Bio e Maintenance;
  • Ha collaborato o collabora con otto diverse università;
  • Ha pubblicato 13 di tali ricerche su prestigiose riviste scientifiche internazionali e ne sta per pubblicare a breve almeno altre cinque estremamente importanti su ciò che sta minando la salute dei nostri pet e su ciò che si può fare per ripristinarla;
  • Utilizza materie prime eccezionali e pulite, avendo realizzato due stabilimenti in Islanda proprio per poter disporre di fonti alimentari e botaniche prive di ossitetraciclina e non inquinate;
  • Si rifornisce direttamente anche in Nuova Zelanda, al pari dell’Islanda vera e propria oasi incontaminata;
  • Ha una conoscenza unica sugli inquinanti più tossici, su come evitarli e, attraverso la profonda conoscenza del Dott. Gianandrea Guidetti, su come utilizzare scientificamente le piante medicinali per aiutare l’organismo a combatterne l’onnipresenza;
  • Ha importanti brevetti internazionali per la protezione dei principi naturali aggiunti;
  • Ha una conoscenza approfondita sui delicati equilibri fra Omega3 e Omega6, molto più complessi e vitali di quanto si possa immaginare;
  • Ha tutto per essere l’azienda di cui fidarsi per alimentare quotidianamente i vostri amici più cari;

Tutti promettono, noi manteniamo, parola di Sergio Canello.


*MICROBIOLOGY AND FOOD SAFETY Poult Sci. 2015 Aug;94(8):1979-85. doi: 10.3382/ps/pev141. Epub 2015 May 25.

Cytotoxic effects of oxytetracycline residues in the bones of broiler chickens following therapeutic oral administration of a water formulation.

JOURNAL OF BIOCHEMICAL AND MOLECULAR TOXICOLOGY Volume 00, Number 0, 2015

Toxicological Implications and Inflammatory Response in Human Lymphocytes Challenged with Oxytetracycline.

Allarme antibiotici negli allevamenti intensivi

Il 29 maggio 2016 il programma televisivo Report ha mandato in onda un servizio di pubblico interesse, dai contenuti allarmanti per la sanità. Al centro dell’inchiesta c’è una specie di Escherichia coli, resistente agli antibiotici di ultima generazione.

Da quanto emerge dal controllo effettuato su più di mille intestini di polli e tacchini nei macelli italiani, i batteri resistenti agli antibiotici sono la maggioranza. I più diffusi sono della specie campylobacter, trovati nelle feci di 7 polli su 10 e nei tacchini nella proporzione del 90%.

Questo processo porterebbe ad una pandemia, ovvero un’epidemia estesa a livello globale, che nel 2050 rischia di fare dieci milioni di vittime all’anno, addirittura più del cancro.

Quali sono le cause di questo terrificante scenario?

Le ragioni sono da ricondursi ad un abuso degli antibiotici, tutt’oggi prescritti anche quando non necessari, portando a un rafforzamento di diversi batteri. Questo è accaduto soprattutto negli allevamenti intensivi, dove finisce il 70% degli antibiotici prodotti nel mondo. Se da un lato ci sono 30 milioni di animali, dall’altro troviamo l’enormità di 1300 tonnellate di antibiotici.

Le motivazioni che stanno dietro questo utilizzo smodato e spropositato, sono le condizioni in cui versano gli animali negli allevamenti intensivi. La promiscuità, la vicinanza dettata dal sovraffollamento e le gabbie grandi quanto il loro corpo, senza possibilità di muoversi, aumentano il rischio di malattie. Tuttavia anziché perseguire condizioni di vita più favorevoli e naturali, si ricorre ad antibiotici. Il loro eccesso ha però portato alcuni batteri a modificarsi geneticamente all’interno della flora intestinale di alcuni animali, sviluppando una resistenza che ha dato vita a una nuova specie, in grado di trasferire le sue capacità. Morendo gli altri batteri, restano a replicarsi solo quelli resistenti, che poi possono farsi strada in ciò che mangiamo, fino al nostro corpo. Le linee di macellazione infatti non proteggono integralmente dalla contaminazione.

Cosa fare allora? Senza dubbio lavarsi frequentemente le mani e lavare le posate dopo aver tagliato la carne cruda, oltre a ridurre gli antibiotici utilizzati, sia per quanto ci riguarda sia negli allevamenti. Non prenderne di nostra iniziativa. Sperare che le condizioni disumane (ma potremmo definirle con un neologismo disanimali) degli allevamenti cambino.

Questo allarme non riguarda tuttavia solo noi esseri umani, ma anche chi vive al nostro fianco, ovvero cani e gatti. Dopo che Report in un servizio di alcuni mesi fa aveva rivolto gravi accuse contro il pet food, includendo erroneamente anche noi di SANYpet – FORZA10, senza aver effettuato i controlli necessari, con questo servizio ci dà ragione, confermando i punti di forza delle nostre diete e avvalorando ancor più le nostre azioni.

Avevo già identificato, nel corso della mia pratica veterinaria negli anni 70, l’ossitetraciclina, un antibiotico largamente e legalmente utilizzato negli allevamenti intensivi, come probabile causa delle più comuni patologie infiammatorie del cane e del gatto, portando l’organismo degli animali a reagire con processi infiammatori come gastriti, cistiti, otiti, o con meccanismi di eliminazione come vomito, diarrea e lacrimazione. I residui dell’ossitetraciclina infatti, si posano nel grasso e soprattutto sull’osso degli animali macellati.

Dopo molti anni è giunta infine la conferma scientifica di ciò che all’epoca sembravano solo teorie: l’antibiotico ossitetraciclina è il nemico numero uno di cani e gatti, ma nemmeno gli animali a due zampe dovrebbero dormire tranquilli.

Per questo motivo, gli alimenti FORZA10 rifiutano l’ossitetraciclina, così come appetizzanti, coloranti o conservanti di sintesi. Non andiamo in capo al mondo per farci pubblicità, ma raggiungiamo l’incontaminata Islanda per ottenere le proteine il più pulite e salubri possibile, facciamo arrivare le carni dalla Nuova Zelanda perché laggiù gli animali pascolano liberi nella natura. Ogni proteina di carne contenuta nelle diete FORZA10 proviene rigorosamente da allevamenti estensivi, dove gli animali hanno libertà di movimento e si nutrono della natura, e dal mare aperto, per garantire una qualità superiore. Il nostro stabilimento è certificato bio e sulle materie prime effettuiamo più di 5.000 analisi all’anno. Nello specifico, al controllo analitico delle partite che quotidianamente ci arrivano e che viene svolto sia all’interno dell’azienda tramite appositi strumenti, sia esternamente in laboratori accreditati, associando anche dei regolari audit (verifiche ispettive esterne) presso i nostri fornitori. Questo garantisce non solo un continuo controllo dei fornitori, ma anche uno standard qualitativo elevato.

Questo inciso vuole dunque essere una riflessione e un monito, su temi che non ci stanno semplicemente sfiorando, ma che ci investono in pieno. Come si può non avere a cuore il benessere di cani, gatti e, naturalmente, il proprio?

“Farmaci boomerang”: attenti all’antibiotico nascosto nelle ciotole e nel piatto

Nuove evidenze scientifiche potrebbero far luce sul legame tra uso di antibiotici negli allevamenti intensivi, sviluppo di batteri antibiotico-resistenti e aumento delle patologie infiammatorie nei cani e nei gatti.

Gli allevamenti intensivi tornano nell’occhio del ciclone. Questa volta non si tratta di polemiche o di clamorose azioni di protesta da parte del variegato arcipelago animalista/antispecista, ma dei risultati di un nuovo studio scientifico condotto in Italia dal dipartimento Ricerca e Sviluppo di SANYpet S.p.A in collaborazione con ricercatori del Dipartimento di Scienze dell’Università della Basilicata e del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università di Napoli “Federico II”.

Sul banco degli accusati l’ossitetraciclina, un antibiotico ad ampio spettro che, da decenni, viene legalmente utilizzato per tenere sotto controllo il rischio di epidemie negli spazi angusti e sovraffollati degli allevamenti intensivi.

Non si è ancora spenta l’eco dell’allarme sanitario sullo sviluppo di ceppi batterici resistenti agli antibiotici anche in ambito zootecnico, messa in relazione proprio con il ricorso ai farmaci battericidi, che si apre un nuovo fronte: quello della pericolosità per la salute di cani e gatti dei residui dell’ ossitetraciclina che possono essere presenti nel grasso e specie nell’osso degli animali macellati.

Già nel 2015 uno studio in vitro condotto in collaborazione con l’Università di Torino, di Napoli e della Basilicata*, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Poultry Science, aveva evidenziato l’effetto pro-apoptotico dei residui di ossitetraciclina depositati nell’osso di polli a cui è stato somministrato tale antibiotico, seguendo i protocolli di trattamento generalmente utilizzati nell’allevamento intensivo nel rispetto delle leggi in vigore.

La ricerca di residui nel tessuto osseo non viene effettuata nel corso dei controlli da parte delle autorità sanitarie perché l’osso non è considerato un tessuto edibile per l’uomo. La situazione è diversa per cani e gatti che ne vengono a contatto con estrema facilità cibandosi di mangimi industriali che contengono farine di carne ricche d’osso, spesso derivante dalla separazione meccanica dalla carne proveniente dall’allevamento intensivo.

È doveroso sottolineare che in Italia la maggior parte dei produttori di pollame ha volontariamente ridotto o eliminato l’ossitetraciclina, garantendo una materia prima più salubre.

Riteniamo sia doveroso che queste evidenze suggeriscano ulteriori ricerche in merito e portino a modificare in tempi rapidi la legislazione al riguardo.

Le implicazioni della prima ricerca vengono oggi approfondite dal nuovo studio “Toxicological Implications and Inflammatory Response in Human Lymphocytes challenged with Oxytetracycline”, pubblicato sull’autorevole Journal of biochemical and molecular toxicology**.

In questo studio, l’impatto biologico dell’antibiotico è stato determinato attraverso la valutazione in vitro dell’effetto pro-infiammatorio dell’osso contaminato da ossitetraciclina sulla secrezione di citochine pro-infiammatorie da parte di linfociti del sangue periferico umano e canino.

La sperimentazione ha mostrato come l’ossitetraciclina sia in grado di indurre significativamente il rilascio della citochina interferone gamma (INF-γ) da parte dei linfociti T e delle cellule non–T.

L’interferone gamma è una molecola proteica rilasciata dalle cellule in risposta, ad esempio, alle infezioni virali ed è coinvolta in risposte infiammatorie sia negli esseri umani che negli animali.

Questi risultati, ancora più sorprendenti poiché mai osservati in precedenza per un antibiotico, potrebbero suggerire una possibile chiave di lettura dell’indiscutibile aumento di patologie infiammatorie croniche e ricorrenti che colpiscono cani e gatti.

La singolarità e la rilevanza dei risultati acquisiti nel nuovo studio, inoltre, stanno muovendo ulteriori ricerche in vitro da cui sta emergendo come l’ossitetraciclina sia anche responsabile di un danno genotossico sul DNA, con mutazioni epigenetiche e modificazioni biofisiche e meccaniche delle cellule che ne vengono a contatto.

Tali evidenze rafforzano – sempre di più – il concetto che la scelta di materie prime “pulite”, come pesce pescato o carni che non provengano da allevamento intensivo, sia senza dubbio da preferire.

L’attuale legge che limita i controlli sui residui di ossitetraciclina a muscolo, fegato, reni, latte, uova e miele, ignorando completamente l’osso, crea a cascata una serie di danni a tutta la filiera alimentare collegata. I produttori di polli, di farine di carne, di petfood e gli stessi organi di controllo, che devono necessariamente attenersi a quanto dettato dalla legge, sono, di conseguenza, vittime inconsapevoli di questa lacuna legislativa.

* Odore R, De Marco M, Gasco L, Rotolo L, Meucci V, Palatucci AT, Rubino V, Ruggiero G, Canello S, Guidetti G, Centenaro S, Quarantelli A, Terrazzano G, Schiavone A. “Cytotoxic effects of oxytetracycline residues in the bones of broiler chickens following therapeutic oral administration of a water formulation”. http://ps.oxfordjournals.org/content/94/8/1979.long
** Di Cerbo A, Palatucci AT, Rubino V, Centenaro S, Giovazzino A, Fraccaroli E, Cortese L, Ruggiero G, Guidetti G, Canello S, Terrazzano G. “Toxicological Implications and Inflammatory Response in Human Lymphocytes Challenged with Oxytetracycline” – http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/jbt.21775/epdf

Controversia scientifica

Ho sempre avuto la caratteristica di avere una mente pronta a mettere in discussione qualsiasi convinzione maturata negli anni: se qualcuno mi dimostra che quanto affermo è sbagliato, non ho problemi ad accettarlo e cambiare opinione. Sono convinto che l’atteggiamento di qualsiasi ricercatore deve essere questo, valutando ogni nuova scoperta senza pregiudizi.

Proprio il pregiudizio, purtroppo, è alla base del pensiero di tanti cosiddetti scienziati, completamente dimentichi del fatto che la scienza cresce con il dubbio e non con la certezza. Non è difficile capire perché molti, troppi, nutrano una grande ostilità alle nuove scoperte. Viene facile pensare che tale atteggiamento nasca da interessi economici, e sicuramente vi sono molti casi di questo tipo, ma sono convinto che la maggior parte delle volte è la paura che le nuove scoperte distruggano tutto il castello professionale e la posizione sociale personale che spinge molti scienziati a ignorare o, peggio, boicottare apertamente nuove scoperte.

In campo medico, ciò è molto evidente con l’omeopatia o, addirittura, con l’agopuntura, scienza orientale datata oltre quattromila anni. Per l’omeopatia, forma di medicina scoperta solo 150 anni fa dal medico tedesco Samuel Hahnemann, un atteggiamento di chiusura può avere resistenze logiche, amplificate dalla convinzione (completamente errata, e lo dico da omeopata che ha curato con moltissimi successi – e anche numerosi fallimenti, naturalmente – quasi tutti gli animali che vivono attorno all’essere umano) che sia solo, per le sue modalità di preparazione dei rimedi omeopatici, acqua fresca. Incomprensibile, se non per una chiusura preconcetta, il disprezzo per l’agopuntura, che si fonda su precisi canali energetici (meridiani) nei quali scorre l’energia, e che sono costellati di punti, identificati con cura e illustrati in mappe antichissime, ove con gli opportuni aghi la si può modulare in modo efficacissimo. Senza entrare su sterili dibattiti relativi alla sua chiara efficacia, è sufficiente utilizzare un cercapunti elettronico, reperibile con estrema semplicità, per verificare che i punti disegnati sulle antichissime mappe sono tutti nella loro precisa posizione indicata. Vorrà dire qualcosa, tutto ciò? Valutate voi.

Veniamo all’omeopatia: periodicamente vengono pubblicati degli studi che dovrebbero sconfessare la sua efficacia. Qualsiasi studio che voglia testare l’efficacia di un metodo nuovo deve essere effettuato da ricercatori liberi da ogni pregiudizio. Peccato che non sia così e che, sull’omeopatia, non ce ne sia uno che la valuti su quegli animali che non possono essere influenzati dall’effetto placebo, certamente molto potente in campo umano. Quali sono questi animali? Escludiamo pure cani, gatti, cavalli e quei pet che vivono a stretto contatto con un “proprietario”, che possono essere influenzati dalle sue aspettative e consideriamo, invece, polli e tacchini, nei quali il trattamento viene somministrato ovviamente a loro totale insaputa, visto che viene inserito nelle cisterne di abbeverata. Ce lo vedete un effetto placebo? Chiaramente no, eppure l’omeopatia funziona benissimo e qualsiasi veterinario omeopata serio è pronto a mettersi a disposizione per dimostrarne l’efficacia.

Pensate anche a questo: chi sarebbe così idiota da usare dell’acqua fresca sugli animali? Quanto potrebbe durare il trucco, visto che le sue indicazioni più efficaci riguardano malattie iperacute o croniche? Sapete che uno dei più famosi omeopati (J. Tyler Kent) aveva affrontato inizialmente l’omeopatia per “sputtanarla”? Provate a trovare un omeopata che l’abbia abbandonata perché inefficace, non ne troverete. Ne troverete molti che, al contrario, l’hanno abbandonata perché troppo difficile da applicare con serietà. Cosa concluderne? L’obiettività è merce rarissima, e non alberga di certo nella scienza, ove dovrebbe esserne alla base.

Interazione uomo-cane

E’ indiscutibile che molti atteggiamenti indesiderabili del cane dipendano in modo altrettanto importante da un modello errato d’interazione fra il cane e l’uomo, specie per la non conoscenza del linguaggio canino. Molto banalmente, possiamo interpretare determinate manifestazioni del cane con occhi umani, travisandone completamente il significato. La mediatica preferita dal cane, infatti, contrariamente a quella dell’uomo, è indubbiamente quella della comunicazione non verbale e non quella che prevede l’uso della parola. Pertanto, comunicare correttamente con un cane in realtà è piuttosto complesso e i canali di comunicazione a nostra disposizione si articolano attraverso diverse aree: postura e prossemica, gestualità, mimica e contatto.

Di fondamentale importanza, nell’interazione con il cane è avere un controllo assoluto della postura; alcuni cani, infatti, sono molto sensibili alla nostra postura e cambiano radicalmente la loro disposizione all’interazione anche quando varia di pochi centimetri. Ad esempio, il cane interpreta l’essere abbracciato strettamente non come gesto d’affetto ma come cattura, invasione del suo spazio, assertività; mentre se teniamo le braccia lungo i fianchi e il baricentro in asse, questa postura tende a tranquillizzarlo, lo rassicura rispetto alle nostre intenzioni nei suoi confronti. Altri elementi che vanno presi in considerazione sono la modalità di contatto con un cane e la modalità di avvicinamento.

Per quanto riguarda il contatto è utile sapere che il corpo del cane può essere suddiviso in “aree fredde” e “aree calde”.

Le aree fredde si estendono generalmente dal collo a parte del posteriore e dalla groppa al ventre. Le aree calde interessano invece la testa, il posteriore, la coda e le zampe. Le aree fredde si possono toccare (fin dal primo incontro), rispettando delle regole generiche. Le aree calde non sono delle zone off-limits al contatto, quanto piuttosto è necessario affrontarle con le giuste precauzioni, conquistandole insieme alla fiducia che il cane ci rivolge.

Per quanto riguarda l’avvicinamento, per non essere assertivi o comunque fraintesi dal cane, è sempre opportuno avvicinarsi descrivendo una curva verso il cane senza procedere diretti verso di lui, non guardarlo ma volgere lo sguardo altrove, rallentare in prossimità del cane, rispettare le distanze individuali senza perciò andargli addosso e porgergli il fianco mantenendo le braccia lungo i fianchi in posizione neutra e rassicurante.

Stati Uniti e Canada, come viene visto il Petfood

Cani e gatti sono pieni di problemi legati all’alimentazione, ed è ormai evidente che è un tipo ancora molto diffuso di petfood e di alimenti a crearli.

Vi scrivo tornando dal Canada, ove ho potuto avere incontri con varie decine di titolari di petshop della catena Mondial Pet, finalizzata a vendere solo prodotti naturali, biologici, olistici (fra cui i nostri Active) e abolendo, in pratica, il petfood tradizionale. Ormai è di dominio comune che quest’ultimo stia creando danni continui ai pet, e la migrazione, come minimo al grain free, ma ancor più alla dieta raw, aumenta inesorabilmente. Pressoché tutte le strutture grandi o piccole, sia USA sia Canada hanno al loro interno capienti frigoriferi per soddisfare questo nuovo trend. D’altronde, è lampante che un’alimentazione costituita da cibi naturali e non trasformati sia naturalmente migliore di un alimento industriale, ma quando si spiega loro che il problema non è il petfood in sé ma l’utilizzo di sottoprodotti che veicolano un preciso tossico, l’ossitetraciclina, e si spiega loro con argomenti logici e scientificamente documentati che utilizzando materie prime incontaminate e di ottima qualità, il petfood è un alimento più che rispettabile e una buona alternativa, la grande maggioranza delle persone è disposta a provare le nostre formule.

Infatti, le varie decine di titolari o manager che ho incontrato, hanno già introdotto Forza10 da quasi un anno nelle loro strutture e sono venuti a salutarmi tutti raccontandomi della loro soddisfazione totale e facendomi tanti complimenti per l’efficacia di tutti i prodotti Active.
Cosa voglio evidenziare con questo post? Che la dieta raw è ottima e non vi sono motivi perché sia solo una moda. Però, ha due punti deboli:

1) non vi è modo di sapere se l’osso che ne fa parte sia da allevamento intensivo e possa contenere, quindi, ossitetraciclina provocando problemi specie di prurito al collo e fondo schiena e anche diarrea o vomito a digiuno (se non siete a conoscenza del grave, gravissimo problema ossitetraciclina per la salute dei nostri pet, andate sul sito di Forza10 e leggete le ricerche pubblicate su grandi riviste scientifiche internazionali);

2) è una dieta abbastanza impegnativa. Chi la usa sappia, quindi, che quando non ha tempo, è in vacanza o è semplicemente stanco, può sostituirla in ogni momento con i nostri prodotti: non troverà differenze, anzi, spesso vedrà sparire disturbi che non vengono collegati al cibo.

Alimentazione dei bambini

Premetto, sono un veterinario, ma adesso scrivo da papà!
Questo post è rivolto specialmente alle mamme di bimbi piccoli, dell’età compresa fra i tre e i dieci anni. Non ho ancora alcuna prova sicura, ma un caso in cui ho suggerito di eliminare würstel, hamburger e salsicce non biologici, i genitori di un bimbo soggetto a continui orzaioli hanno visto scomparire le recidive. Il caso è interessante perché ha una sua logica precisa. Il bimbo, quando finisce la scuola, va dalla nonna perché la mamma lavora. La nonna abbonda in pasti comprensivi delle carni citate, ed ecco presentarsi gli orzaioli a raffica, addirittura uno dietro l’altro. La visita dall’oftalmologo ha “partorito” le solite cure a base di antibiotici e antinfiammatori, assolutamente non in grado di risolvere il problema. Ovvio, se non togli la causa non puoi avere un risultato stabile.

Mia moglie ed io siamo stati da un’oftalmologa con nostro figlio di otto anni per una forma allergica che lo colpisce agli occhi. Parlando con lei, mi ha confermato che questi orzaioli sono diventati comunissimi e che non se ne conosce la causa. Forse, e dico proprio forse, la causa potrebbe essere un residuo di antibiotico (l’ossitetraciclina) che abbiamo identificato essere tossico e capace di generare infiammazioni ovunque. C’è il rischio che questo residuo si possa trovare nelle carni prima citate (hamburger, würstel, mortadella e salsicce non biologici).

Poiché provare, in questo caso, non costa proprio nulla, invito tutte le mamme che avessero questo problema a eliminare gli alimenti appena descritti. Se la causa fosse quella, lo potrete verificare molto facilmente. Lo so che sono solo un veterinario, ma sappiate che stiamo studiando, assieme a studiosi in campo umano i legami fra patologie umane e animali e si stanno delineando dei fatti molto, molto interessanti, che potrebbero portare a trovare la soluzione a molte patologie che affliggono sia gli animali domestici sia l’uomo.

Cani e cereali: un punto fermo

Questo post non è una difesa partigiana dei cereali come fonte alimentare del cane, ma vuole solo chiarire cosa è reale e cosa è ideologico. Ricordiamo che la realtà sconfessa molte teorie, ma le teorie non possono sconfessare la realtà.

Quattro i punti chiave:

  1. I disturbi che hanno i cani che si alimentano con crocchette che contengono mais, nel 95% dei casi NON sono dovuti al mais, ma alle carni derivanti da allevamento intensivo per la presenza di residui altamente tossici dell’ossitetraciclina.
    La riprova è SEMPLICISSIMA: Lasciando il mais e sostituendo, invece, le farine di carne tradizionali, i disturbi scompaiono RAPIDAMENTE nel 95% dei casi.
  2. Se i cereali fossero indigesti, le feci ne risentirebbero all’istante, divenendo voluminose o malformate.
  3. I cani che utilizzano crocchette al mais stanno bene un mese, un anno, tutta la vita. Solo alcuni soggetti presentano reazioni, reazioni che si possono manifestare subito, dopo mesi o anni. In questo caso, ovviamente, il mais va eliminato. Ma perché eliminarlo su tutti se, nella stragrande maggioranza dei soggetti, non crea intolleranze? Solo per una questione ideologica?
  4. Grazie alle recenti tecniche di sequenziamento, Lindblad-Toh e colleghi, dell’Università di Uppsala in Svezia, hanno potuto analizzare l’intero genoma di 12 lupi e 60 cani di razze diverse. Hanno così identificato 36 regioni del genoma che differenziano i primi dai secondi (e che sono invece uguali in tutte le razze considerate). Di queste, 19 contengono geni coinvolti nello sviluppo del cervello e che potrebbero rendere conto dell’indole meno aggressiva. La vera sorpresa sta nei geni deputati alla produzione di amilasi. I cani hanno da 4 a 30 copie di geni per l’amilasi, i lupi soltanto due. Ne risulta che i primi sono circa 5 volte più facilitati nell’assimilazione di questo alimento dei secondi.

Non c’è da stupirsi, quindi, se oggi digeriscono perfettamente pane, riso e pastasciutta.

Curarsi quando serve

L’organismo è una struttura estremamente complessa e, a pensarci, sembra veramente difficile che tutto possa funzionare per un’intera vita. Eppure, un numero enorme di persone arriva alla vecchiaia, molti senza neanche mai passare da un medico. E la sapete una cosa? I medici hanno spessissimo paura di farsi curare, e sono quelli che, in assoluto, utilizzano meno farmaci.

Come mai? Il motivo risiede nella loro istintiva o razionale convinzione che le capacità spontanee di guarigione siano molto superiori all’apporto della medicina. Almeno per molte situazioni. In molte altre, la medicina non è solo utile, è indispensabile! Se solo pensiamo alla rianimazione e a quante persone vengono salvate da morte certa, oppure a tutte quelle malattie che hanno un’evoluzione negativa e che vengono recuperate proprio con le adeguate cure, possiamo ben capire che della medicina abbiamo proprio bisogno.

Provate, però, a fare caso fra le vostre conoscenze: le persone, o si curano continuamente e hanno armadi pieni di medicine, magari scadute o mai utilizzate, oppure dai farmaci tendono a tenersi alla larga. Eppure tutti tengono alla propria salute. Ovviamente, i due comportamenti sono entrambi errati. La semplice regola sarebbe quella di curarsi solo quando è veramente necessario, quando ci si accorge che le difese dell’organismo non funzionano come dovrebbero.