Alimentazione e comportamento

Non è certo facile collegare il comportamento con l’alimentazione, ma questo collegamento è molto netto, e ciò è perfettamente logico essendo il comportamento regolato da precisi ormoni e neurotrasmettitori la cui funzione è regolata proprio dagli alimenti. Ne deriva che, o essi sono sani e completi o le strutture deputate alla loro funzione non sono in grado di eseguire il loro lavoro e il meccanismo si inceppa in modo più o meno grave.

A tal proposito, è sotto gli occhi di tutti l’enorme aumento delle reazioni avverse al cibo quali allergie e intolleranze alimentari, e tutte le ricerche che ho avuto la fortuna di completare con il gruppo di Ricerca e Sviluppo di cui sono responsabile dimostrano chiaramente una relazione negativa fra determinati inquinanti farmacologici e la crescita esponenziale delle più diverse patologie infiammatorie del cane e del gatto. Queste patologie sono rappresentate principalmente da congiuntiviti, cheratiti, otiti, dermatiti, gengiviti e stomatiti, gastriti, enteriti e coliti, croniche e/o ricorrenti, ma, in modo per certi versi sorprendente, si manifestano anche con disturbi comportamentali ben definiti e tutti riconducibili a stati ansiosi.

La prima e forse più seria manifestazione legata al meccanismo appena descritto è l’imprevedibilità. Questo problema è purtroppo piuttosto comune nel cane che spesso si comporta improvvisamente in modo aggressivo e imprevedibile, specie all’incontro con altri cani, ma anche bambini o persone. Ciò spiega il numero di persone che, non essendo sicure delle sue reazioni, deve tenere il proprio cane col guinzaglio stretto, fra l’altro aumentando, in questo modo, le difficoltà di socializzazione con relative tendenze sospettose o manifestatamente ostili.

Altre manifestazioni molto frequenti sono l’impulsività, l’agitazione costante, il nervosismo, l’abbaio continuo e spesso immotivato (un cane “normale” non deve abbaiare furiosamente alle persone che conosce bene), l’ansia da separazione, la paura del temporale o dei fuochi d’artificio, la distruttività, disturbi dell’attenzione, la marcatura inappropriata (defecare e urinare a sproposito), i disturbi del sonno, le ossessioni, le fobie, l’esplorazione ossessiva (della zampa, dell’ambiente e delle persone).

Come potete notare, l’elenco è sorprendentemente lungo, ma che quanto esposto sia molto spesso provocato dalla presenza di precisi residui tossici nell’alimentazione, e più precisamente nell’osso degli animali derivanti da allevamento intensivo (specie farina di pollo) è dimostrato dal fatto che una dieta che lo elimini e che sia ricca di piante dotate di effetto antiossidante e immuno-modulante, vede frequentemente regredire in tempi assolutamente brevi (una, due o tre settimane) i sintomi appena citati.

Preferite l’utilizzo del pesce, della carne biologica o di animali non derivanti da allevamento intensivo, chiedete aiuto al vostro veterinario o al vostro educatore cinofilo per facilitare i percorsi educativi del vostro cucciolo o rieducativi del vostro cane adulto, e potrete avere maggiori delucidazioni su quale prodotto specifico utilizzare e su quali aziende produttrici di alimenti dietetici dovete puntare, ciò senza alcun rischio per il vostro amico a quattro zampe e con buone possibilità di migliorare il suo equilibrio psichico fisico (e anche di tutti coloro che ci vivono insieme…)

Che problema la diarrea

I cani e i gatti soffrono molto frequentemente di disturbi intestinali più o meno gravi, e la maggior parte delle volte la causa è alimentare. A seconda della sensibilità del soggetto, può interessare una prima parte dell’intestino (tenue) o la seconda (crasso). La sintomatologia è parecchio differente, ed è necessario in ogni caso l’intervento del veterinario.

È bene, comunque, sapere riconoscere i sintomi per capire l’urgenza del caso. Se il cane o il gatto presentano diarrea improvvisamente, quasi sempre questa è dovuta a una reazione di difesa dell’intestino tenue, che elimina direttamente ciò che ha riconosciuto come tossico. L’altro meccanismo che l’organismo ha in serbo per distruggerlo è rappresentato dal processo infiammatorio, che agisce come vero e proprio inceneritore delle sostanze indesiderate. Se la diarrea compare improvvisamente dopo essere stati a passeggio con il cane in una zona sconosciuta, la causa potrebbe essere stata proprio qualcosa di tossico che ha trovato e inghiottito. Se il sintomo è limitato alla diarrea, è molto improbabile che la sostanza sia pericolosa. La diarrea, come detto, è il meccanismo naturale per espellerla dall’organismo. Esistono alcune piante le cui foglie sono tossiche (prima fra tutte l’oleandro, che è comunissimo), e ne esiste una lunga serie, fra cui la “bella di notte”, il ricino, l’agrifoglio, l’oleandro, la stella di Natale, la monstera, il vischio e la dieffenbachia…….Considerate, comunque, che la probabilità che sia una pianta, non è assolutamente alta, anche se non va sottovalutata. Tenete presente, inoltre, che una sostanza realmente tossica provoca quasi sempre anche il vomito e che l’animale sta proprio male. Tutti segni che inducono spontaneamente il proprietario a precipitarsi giustamente dal veterinario, che imposterà la giusta terapia.
Se, invece, la diarrea compare senza che vi sia stata la possibilità di ingestione di sostanze estranee, l’attenzione va spostata all’alimentazione, analizzando cosa abbiamo dato di diverso nelle ore precedenti la comparsa. Non andate oltre all’ultimo pasto: non sono i precedenti i responsabili. I nemici sono i soliti. Chi mi segue li conosce credo ormai a memoria, ma lo ripeto per i nuovi amici: salsicce, würstel, hamburger e insaccati in genere, ma anche ossi o pezzi di carne apparentemente innocenti possono essere la causa. Ovviamente non è la carne in sé ma ciò che si porta dietro (specie residui di ossitetracicina, antibiotico che diventa tossico quando si lega all’osso di polli, tacchini, maiali e manzi). Anche gli snack possono essere la causa, sempre perché contengono farina di carne da allevamento intensivo. La diarrea alimentare si distingue da una diarrea infettiva dal fatto che l’animale non è abbattuto e non è presente febbre. Anche se diventa cronica, normalmente non crea danni visibili, e spessissimo l’animale non dimagrisce e neanche si disidrata. Ciò perché la diarrea è solo il modo dell’organismo per eliminare in fretta ciò che è tossico, e difficilmente, quasi mai, va incontro a disidratazione. Esistono, infatti, numerosi soggetti che convivono con la diarrea anche per anni senza accusare disturbi.

Differenza tra enterite e colite

I cani e i gatti soffrono molto frequentemente di disturbi intestinali più o meno gravi, e la causa, tanto per cambiare, è la maggior parte delle volte alimentare, e, a seconda della sensibilità del soggetto, può interessare una prima parte dell’intestino (tenue) o la seconda (crasso). La sintomatologia è parecchio differente, ed è necessario in ogni caso l’intervento del veterinario. È bene, comunque, sapere riconoscere i sintomi per capire l’urgenza del caso. Se il cane o il gatto presenta diarrea improvvisamente, questa quasi sempre è dovuta a un’infiammazione dell’intestino tenue. L’infiammazione è sempre una reazione di difesa, e il nemico è molto facilmente una sostanza tossica ingerita volontariamente o involontariamente. Se la diarrea compare improvvisamente dopo essere stati a passeggio con il cane in una zona sconosciuta, la causa potrebbe essere stata qualcosa di tossico che ha trovato e inghiottito. Se il sintomo è limitato alla diarrea, è molto improbabile che la sostanza sia pericolosa. La diarrea è il meccanismo naturale per espellerla dall’organismo. Esistono delle piante le cui foglie e i cui fiori sono tossici per il cane: prima fra tutte l’oleandro, ma non da meno anche la stella di natale, le azalee, l’edera e le piante a bulbo (giglio, iris, giacinto e narciso). Considerate, comunque, che la probabilità che sia una pianta, non è assolutamente alta, anche se non va sottovalutata. Tenete presente, inoltre, che una sostanza realmente tossica provoca quasi sempre anche il vomito e che l’animale sta proprio male. Tutti segni che inducono spontaneamente il proprietario a precipitarsi giustamente dal veterinario, che imposterà la giusta terapia. Se, invece, la diarrea compare senza che vi sia stata la possibilità d’ingestione di sostanze estranee, l’attenzione va spostata all’alimentazione, analizzando cosa abbiamo dato di diverso nelle ore precedenti la comparsa. Non andate oltre all’ultimo pasto: non sono i precedenti i responsabili. I nemici sono i soliti. Chi mi segue li conosce credo ormai a memoria, ma lo ripeto per i nuovi follower: salsicce, würstel, hamburger, nuggets e insaccati in genere, ma anche ossi o pezzi di carne apparentemente innocenti possono essere la causa. Ovviamente non è la carne in sé ma ciò che si porta dietro (specie residui di antibiotici diventati tossici nell’organismo dei polli, tacchini, maiali e manzi). Anche gli snack possono essere la causa, sempre perché contengono farina di carne da allevamento intensivo. La diarrea alimentare si distingue da una diarrea infettiva dal fatto che l’animale non è abbattuto e non è presente febbre.  Anche se diventa cronica, normalmente non crea danni visibili, e spessissimo l’animale non dimagrisce e neanche si disidrata. Ciò perché la diarrea è solo il modo dell’organismo per eliminare in fretta ciò che è tossico.

Colite

La colite, detta anche malattia infiammatoria cronica, è una patologia più seria, e per la sua diagnosi è necessario l’intervento di uno specialista. Cani e gatti affetti da colite tendono a dimagrire, hanno attacchi ciclici di diarrea anche con sangue, è presente spesso il vomito e l’animale ha coliche e dolori molto forti. Insomma una brutta bestia, che, fra l’altro, non ha mai avuto una soluzione farmacologica valida. Ma ciò è ovvio: se la causa di base è il cibo, solo ritrovando la giusta formula alimentare si può risolvere la situazione. Posso affermare con sicurezza che, al momento attuale, esiste una sola soluzione realmente efficace per la colite, denominata scientificamente I.B.D. (Inflammatory Bowels Disease, infiammazione intestinale cronica).

Non che si guarisca, ma la soluzione che abbiamo identificato in collaborazione con il gastroenterologo Dott. Graziano Pengo, Forza10 Colitis è veramente efficace e permette alla quasi totalità dei soggetti colpiti di vivere in stato normale e senza sintomi di rilievo, se non un numero giornaliero di defecazioni, comunque solide, maggiore del normale.

Alimentazione dei riproduttori

Un’alimentazione corretta nei riproduttori, ma soprattutto nella femmina, è fondamentale. I mangimi considerati più pregiati sono quelli che contengono proteine a elevato valore biologico, facilmente digeribili e non derivanti dall’allevamento intensivo, come il pesce pescato in mare, il cervo e l’agnello, e arricchiti con sostanze naturali che incidono positivamente sulla fertilità e la libido.

Gli alimenti di scarsa qualità, oppure quelli non facilmente digeribili, incidono negativamente sulla riproduzione in allevamento: ipofertilità sia maschile che femminile, calori assenti o silenti, false gravidanze, riduzione del numero di cuccioli, riassorbimenti fetali, mortalità neonatale, malformazioni del feto e scarsa produzione lattea, nonché qualità e quantità di colostro.

I segni clinici più riscontrati nei soggetti non idonei all’accoppiamento sono il ridotto o eccessivo contenuto di adipe sottocutanea e l’atrofia muscolare. Per un controllo efficace di questi fenomeni, è utile l’utilizzo del BCS (Body condition score), punteggio che valuta la condizione corporea dei soggetti (Grafico 1). Un’alimentazione completa e bilanciata è una delle priorità che l’allevatore si deve porre per la giusta gestione dell’allevamento.

Nel maschio è consigliabile utilizzare sostanze che incrementino il vigore e la libido; quelle di derivazione naturale (Tribulus terrestris, Lepidum meyennii, Beta-carotene, Vitamina E, Acido folico, Zinco) sono le più efficaci, senza avere gli effetti collaterali di quelle sintetiche.

Gli scompensi gastroenterici, quale l’enterite, che si manifestano sotto forma di diarrea e vomito, frequentemente possono essere dovuti alla somministrazione di un mangime scadente a base di materie prime di scarsa qualità, ma, molto più frequentemente, la vera causa è la reazione dell’organismo a residui chimici e/o farmacologici in essi presenti. Ogni individuo ha una specifica capacità di assorbire questi residui, dopodiché, superata tale capacità, compaiono i fenomeni infiammatori. Il meccanismo è semplice, il processo infiammatorio è l’inceneritore dell’organismo che distrugge le sostanze tossiche xenobiotiche. Lo stesso accade anche in ogni città, nella quale il ruolo dell’inceneritore è fondamentale per distruggere tutti i suoi rifiuti. Spegnere l’inceneritore fa aumentare l’accumulo di spazzatura, com’è altrettanto evidente che “spegnere” farmacologicamente un processo infiammatorio in atto, provoca un progressivo accumulo delle tossine e sostanze indesiderabili. Infatti, in presenza di intolleranza alimentare con conseguente infiammazione a diversi livelli dell’organismo, l’unica terapia veramente funzionale è quella di eliminare i residui tossici, non quella di “spegnere” l’infiammazione come tanti credono.

I nutrienti essenziali che soddisfano il fabbisogno dei soggetti sono:

Proteine: sostanze importanti dal punto di vista biologico, che influiscono sui diversi apparati: hanno un ruolo nella rigenerazione cellulare di organi e tessuti, nella corretta funzionalità del sistema immunitario e nella produzione di enzimi e ormoni. Inoltre, nel cane sono utilizzate come fonte energetica. La qualità delle proteine è importante quanto la quantità: per il corretto metabolismo, nella dieta devono essere presenti tutti gli aminoacidi essenziali. Per questo è necessario che le proteine abbiano un elevato valore biologico. Esempi di fonti di proteine di alta qualità sono il pesce, il cervo, l’agnello, il cinghiale, la carne di selvaggina e le carni di derivazione biologica.

Grassi: sostanze con alto valore nutrizionale che forniscono energia e rendono più appetibile l’alimento. È importante la presenza nella dieta di acidi grassi essenziali come acido linoleico e acido linolenico (Omega6 e Omega3) nel giusto rapporto; per i cani l’intervallo del rapporto ideale varia da 1:1 a 1:4. Particolarmente importante è avere una percentuale elevata di acidi grassi polinsaturi della serie Omega3, che contribuiscono a limitare i fenomeni infiammatori, oltre che agire sulle membrane cellulari, sulla vista, la cute e a livello neuronale. In natura gli Omega 3 si trovano in grosse quantità nel pesce. Anche l’olio di lino rappresenta una ricca fonte di questi acidi grassi.

Fibre: sono dei polisaccaridi, importanti componenti della dieta perché hanno effetti di tipo funzionale e metabolico. Aumentano il senso di sazietà e migliorano la funzionalità intestinale e i disturbi ad essa associati (ad esempio la costipazione). La fibra è in grado di diminuire il tempo di transito dei residui fecali nell’intestino. Inoltre, è capace di rallentare l’assorbimento dei carboidrati diluendoli nel tempo e riducendo conseguentemente il picco glicemico che avviene nel periodo postprandiale.

Carboidrati: composti biochimici che forniscono energia, utili nel mantenimento dei processi metabolici in determinati stadi della vita del cane (nel cucciolo, fine gravidanza, allattamento, nel cane sportivo).

Vitamine: sono molecole organiche non sintetizzabili dall’organismo, che quindi, devono, essere necessariamente integrate tramite l’alimentazione. Esistono vitamine liposolubili (A, D, E, K), e le idrosolubili (vitamine C e del gruppo B), tutte implicate nei processi metabolici.

Minerali: nutrienti che devono essere presenti nella dieta, giacché ogni elemento ricopre una precisa funzione all’interno dell’organismo. I minerali agiscono a livello dello scheletro, sono implicati nella composizione delle ossa e hanno un ruolo importante a livello del sistema nervoso e della contrazione muscolare.

Probiotici: composti utili a incrementare e mantenere la flora batterica intestinale in cani con disturbi gastroenterici, nei cambiamenti repentini nella dieta e in seguito a utilizzo prolungato di farmaci.

Lo svezzamento del cucciolo

Lo svezzamento del cucciolo dovrebbe avvenire in maniera spontanea e naturale, senza forzature.

Tuttavia, è pratica comune fra alcuni allevatori lo svezzamento precoce intorno alle quattro settimane. Lo svezzamento deve consistere nel graduale inserimento del cibo non materno alternato alle poppate.

Per un corretto svezzamento, occorre introdurre gradualmente nella dieta l’alimento solido, cominciando dalle quattro settimane di vita. In questa fase, vengono utilizzati diversi alimenti ammorbiditi con acqua tiepida. Per facilitare questo processo esistono in commercio diete speciali sotto forma di crocchette di dimensione ridotta e ad alta solubilità.

Le madri cagne sanno perfettamente come svezzare i loro cuccioli, quando i dentini iniziano ed eruttare, sono talmente aguzzi da far male ai capezzoli della cagna, questa insegna loro a non avvicinarsi e riesce ad evitarli o a fermare loro la suzione prenendo le loro testoline in bocca e dandogli un chiaro segnale di stop. In caso di cuccioli insistenti e di madri troppo tolleranti, quando si teme che i cuccioli possano ferire le mammelle o che possa insorgere una mastite, si può fasciare l’addome della cagna quando questa trascorre un po’ di tempo educativo con i suoi cuccioli per poi liberarla dai bendaggi quando i cuccioli dormono o non sono con lei. Si possono anche utilizzare i bendaggi Tellington. Un corretto intervento dell’allevatore consiste nel NON distaccare i cuccioli al momento dello svezzamento perchè la madre deve insegnare moltissime cose ai suoi cuccioli durante il loro periodo sensibile. Impedire la più importante fase di educazione del cucciolo da parte della madre crea cuccioli non equilibrati perché privi dei fondamentali freni inibitori. Infatti, le prime 10 settimane di vita sono utili per rafforzare il rapporto madre-cucciolo giacché si pensa che nei cuccioli di età maggiore di 4 settimane gli effetti positivi sulle emotività siano importanti quanto i nutrienti apportati dal latte.

La lattazione

Il colostro prodotto dalla madre nelle prime 72 ore di vita dei cuccioli è essenziale per conferire l’immunità passiva ai neonati e a proteggerli dagli agenti esterni.

Ad ogni modo, il cucciolo è in grado di assorbire le immunoglobuline intatte soltanto durante le prime 48 ore.

Il latte della madre, nelle settimane successive al parto, è altamente nutriente. Le proteine e i grassi del latte sono circa il 4%, ma queste percentuali aumentano durante la lattazione, così come le percentuali di calcio e ferro. Inoltre, il latte fornisce un’energia di circa 800 kcal/kg. Per un corretto sviluppo durante questa fase di vita, il cucciolo deve assumere circa 200 kcal/kg di peso vivo al giorno.

Importanza della corretta alimentazione dei riproduttori

L’alimentazione del maschio e della femmina scelti come riproduttori è di vitale importanza, in quanto costituisce un fattore che influirà sulla vitalità, salute e crescita della cucciolata.

Il primo aspetto è la scelta dei riproduttori. Una volta stabilito questo, si passa all’aspetto pratico: sottoporli ai test caratteriali, valutare la bellezza fisica dei soggetti e il loro stato di salute.

Purtroppo, spesso accade che l’alimentazione viene posta in secondo piano, dando maggior importanza all’aspetto puramente genetico della selezione sia nei cani da lavoro, sia in quelli da bellezza.

L’alimentazione, invece, gioca un ruolo fondamentale nella salute fisica e psichica dei riproduttori, influendo in maniera netta sullo stato generale dei cuccioli e, se adoperata correttamente, sull’efficienza dell’allevamento. I principi fondamentali per una corretta nutrizione sono:

• la presenza di acidi grassi essenziali Omega3 in elevata quantità (fra uno e tre per cento). Questi acidi grassi possono essere apportati naturalmente dal pesce e dal relativo olio;

• il rapporto Omega3 e Omega6 compreso fra 1:1 e 1:4;

• l’utilizzo di fonti alimentari prive di residui chimici e/o farmacologici particolarmente tossici: proteine “pulite” quali il pesce di mare, la carne biologica o quella non derivante da allevamento intensivo (cervo, cinghiale, agnello, selvaggina, cavallo); carboidrati senza organismi geneticamente modificati né glutine; grassi prevalentemente polinsaturi e non inquinati. I vari alimenti in uso nel cane e nel gatto, sono stati, quindi, catalogati determinando una vera e propria scala del grado d’inquinamento e dello specifico potere tossico, arrivando ad escludere quelli dannosi e scegliendo quelli che dimostrano, sia nel breve, sia nel lungo periodo, di mantenere lo stato di salute.

Una parte degli allevatori tende troppo spesso ad acquistare mangimi a basso prezzo per contenere i costi della gestione dell’allevamento, non sempre riuscendo poi a scegliere un prodotto con un buon rapporto qualità/prezzo. Quando si utilizzano prodotti di scarsa qualità, si può correre il rischio d’insorgenza di disturbi legati a un’alimentazione scorretta, che può essere causata da un eccesso o insufficienza di elementi essenziali (quali gli acidi grassi polinsaturi Omega3 e Omega6) ma anche da sostanze tossiche in essi presenti. Nella genesi delle reazioni alimentari contribuiscono tutti gli alimenti, ma un ruolo fondamentale lo giocano gli alimenti che forniscono la fonte proteica e la fonte glucidica. Tali sostanze, sempre più numerose nei più svariati alimenti, sono frequentemente le vere cause di quelle che vengono attribuite, spesso erroneamente, ad allergie alimentari. Oltre alle allergie alimentari, esistono altri fenomeni dovuti all’alimentazione e sempre più frequenti negli animali da compagnia: sono le intolleranze, meccanismo di reazione dell‘organismo a uno o più ingredienti. Queste possono dare diversi sintomi e colpire diversi apparati (otologico, cutaneo, gastroenterico, visivo, urinario). Il mantello non lucente, cute arrossata, prurito insistente, forfora, odore cattivo della cute, leccamento della zampa, otite mono e bi-laterale, vomito a digiuno, diarrea cronica o ricorrente, e una lacrimazione eccessiva sono gli aspetti più facilmente individuabili dal proprietario.

Moltissimi cani e gatti dimostrano un alto livello d’intolleranza alla presenza di residui nella carne derivante da allevamento intensivo e al glutine di grano. Il semplice utilizzo di fonti proteiche (come ad esempio il pesce) non derivanti da allevamento intensivo e di mais quale fonte glucidica permette molto spesso di evitare completamente tali reazioni.

Le caratteristiche importanti per un allevatore di cani da bellezza sono: bell’aspetto, qualità della pelle e del pelo, una corretta conformazione fisica, un volume ridotto delle feci e cani equilibrati dal punto di vista psichico. Per l’allevatore di cani da lavoro è, invece, importante fornire al cane un prodotto che abbia un’energia metabolizzabile elevata e che sia in grado di sviluppare una corretta muscolatura, ossatura e di promuovere l‘apprendimento e la ricettività dei soggetti.

Una giusta alimentazione contribuisce a migliorare l’aspetto psico-fisico e le performance dei cani e a garantire lo stato di salute dei soggetti, facilitando la gestione a lungo termine dell’allevamento.

Il periodo post svezzamento

Nel periodo post svezzamento, il cucciolo necessita di una quantità elevata di energia e proteine, insieme al corretto rapporto di calcio/fosforo e alla presenza di tutte sostanze essenziali per la sua crescita e per lo sviluppo adeguato dei tessuti (muscolare, connettivo, nervoso).

Queste sostanze nutritive, inoltre, devono soddisfare anche il mantenimento dell’omeostasi. Un maggior contenuto energetico e proteico è necessario soprattutto per i primi sei mesi di vita, periodo di maggior accrescimento. Nei successivi mesi dell’accrescimento, il fabbisogno energetico è inferiore rispetto alle prime due fasi.

Un altro aspetto fondamentale da tenere in considerazione per nutrire i propri cani è il tempo impiegato per il raggiungimento della maturità sessuale e fisiologica a seconda della razza. Cani di piccola taglia raggiungono prima la maturità rispetto a cani di taglia grande, perciò l’alimento per i primi viene utilizzato soltanto fino ai 9-12 mesi di età, mentre nei successivi si arriva oltre l’anno.

Sul mercato sono presenti mangimi creati appositamente per le esigenze particolari di cani di grossa taglia e molossoidi, i quali impiegano fino a 24 mesi per completare la loro crescita muscolo-scheletrica. Questi mangimi hanno un apporto calorico adeguato per favorire lo sviluppo armonico e proporzionato e contengono condroitinsolfato e glucosamina per salvaguardare ossa e cartilagini. Inoltre, sono arricchiti con acidi grassi essenziali Omega3 ad azione antinfiammatoria e utili per un buono sviluppo del sistema nervoso e della vista5. Uno studio pubblicato nel gennaio 2010 ha constatato che in soggetti alimentati con diete ricche di acidi grassi polinsaturi Omega3 oltre che possedere una quantità ematica molto elevata di questi fattori, miglioravano le performance in addestramento (ad esempio sul comando “resta” e nel gioco) rispetto al gruppo di controllo.

Gli EPA e DHA, componenti del gruppo degli Omega3, sono altamente necessari nella fase di crescita del cucciolo11 perché potenziano l’azione delle sostanze che compongono la cartilagine e forniscono supporto meccanico alla struttura ossea, idratando i tessuti articolari. Inoltre, gli EPA e DHA hanno azione antinfiammatoria e sono importanti nella gestione del processo di vasodilatazione e coagulazione del sangue.

Un’alimentazione scorretta o anche una sovralimentazione crea le basi per un maggior rischio di malattie osteoarticolari e obesità nell’adulto7. Attualmente, i cani sono alimentati con mangimi composti prevalentemente da cereali (pressoché privi di Omega3) e di farine di carne anch’esse povere di Omega3 in quanto provenienti da animali allevati a insilati. Il moderno ciclo di allevamento intensivo dei principali animali da reddito, basato sull’utilizzo d’insilati quale principale fonte alimentare, ha prodotto un effetto negativo molto importante: ha pressoché annullato l’apporto di acidi grassi Omega3 e squilibrato completamente il rapporto Omega3/Omega6. Infatti, mentre l’erba, da sempre l’alimento naturale per gli erbivori, garantisce un apporto di Omega3 e Omega6 vicino a 1:1, nei cereali tale rapporto è 1,4:54.In tal modo, tutti i grossi e piccoli ruminanti e pollame allevati a insilati producono carne, latte, formaggi, uova e farine ricchi di Omega6 gravemente carenti di acidi grassi della serie Omega3. L’elevata presenza nell’organismo animale di acidi grassi della serie Omega6, se non controbilanciata da un apporto di Omega3, può provocare lo sviluppo di processi infiammatori e favorire la proliferazione di svariate linee cellularie promuovere la crescita anomala dei tessuti con la prevaricazione di sviluppo della parte muscolare e adiposa a scapito di quella scheletrica. Questo può spiegare perché il ritmo di crescita dei cuccioli di taglia media-grande, negli ultimi trenta anni, abbia registrato un’impennata evidente intorno ai sei mesi. A tale età, la maggior parte delle razze piccole e medie ha già raggiunto l’80% degli standard di altezza e di crescita previsti ai 12 mesi, pregiudicando uno sviluppo armonico e fisiologico dell’apparato muscolo-scheletrico. E’ lecito supporre che un’alimentazione scorretta e sbilanciata in Omega3 e Omega6 provochi una crescita abnorme e anticipata, che predispone all’insorgenza di patologie osteoarticolari quali displasia e osteocondrite dissecante.

Con una buona nutrizione, completa e bilanciata si avrà un cane muscoloso, agile e sano, adatto a qualsiasi attività competitiva, di lavoro e bellezza.

Possibili cause dell’aumento dell’aggressività nel cane

Premessa

Non sono un etologo, ma, dall’alto di 30 anni di esperienza clinica e avendo avuto la possibilità di vivere tutto il film dall’inizio (quando i cani non erano aggressivi e il Fioroni, autore di una famosa enciclopedia del cane, alla descrizione di ogni singola razza, ripeteva con serenità che era composta da soggetti di buon carattere, ovviamente più o meno forte ma sempre equilibrato) posso permettermi di dire la mia sul grave problema dell’aggressività canina.

Quando quest’animale era ancora “normale”, un amico dell’uomo, tutti i cani erano fondamentalmente buoni e affettuosi, anche quelli da guardia e da difesa. Nella mia clinica potevo visitare tranquillamente soggetti di settanta od ottanta chili senza la museruola e senza la minima traccia di aggressività anche di fronte a manualità dolorose. Oltretutto, a quei tempi, il numero delle visite giornaliere di un veterinario era elevatissimo, potendo in tal modo avere una casistica assolutamente imponente: i cani mordaci erano pochissimi; spiccavano, fra questi, i cocker fulvi, molti dei quali erano veramente imprevedibili e ti potevano “ammollare” dei morsi veramente dolorosi e che tendevano a dare infezione. Quindi, il povero Fioroni, che ho sentito descrivere, non molto tempo fa, come un povero imbecille secondo il quale tutti i cani erano buoni, aveva perfettamente ragione: quando i cani erano “normali”, la percentuale di soggetti “cattivi” era obiettivamente bassissima. Purtroppo, per ragioni comunque dipendenti dal cambiamento della componente umana e di quanto ha combinato nell’ambiente, la situazione è cambiata in pochissimi anni (fra il 1978 e il 1990), con la comparsa di un numero esagerato di soggetti capobranco e con il progressivo aumento dell’aggressività in determinate razze, determinando, in molti tecnici, la convinzione che esistano razze pericolose. La diatriba sulle razze considerate pericolose continua e quasi tutti i tecnici sono convinti che esse non esistano e che il problema siano solo i proprietari, senza minimamente mettere in discussione la premessa. Eppure, andando a vedere proprio le premesse (il filosofo Parmenide asseriva che …se le premesse sono errate, tutte le conseguenze sono errate), possiamo accorgerci che partiamo proprio da convinzioni errate. Se si valutasse tutto attentamente PRIMA d’iniziare qualsiasi lavoro o tema, si eviterebbe una serie incredibile di insuccessi, interpretazioni sbagliate ed errori clamorosi. Uno dei problemi fondamentali, in campo canino, nasce proprio dal fatto, sopra descritto, che tali animali sono cambiati in modo impressionante negli ultimi 35 anni, con l’apice del fenomeno fra il 1975 e il 1990, sia nel comportamento, sia nelle patologie da cui sono afflitti. Questi cambiamenti, oltretutto molto rapidi, o si sono vissuti di persona o si possono percepire solo attraverso esperti del settore più anziani o da libri “datati”. Chi nasce in un certo periodo storico è portato a credere che quello che vede sia la normalità e, ovviamente, si comporta di conseguenza. Chiunque, come me, abbia vissuto quegli anni, avendo a che fare quotidianamente con tanti animali (noi veterinari per piccoli animali eravamo pochissimi e, per il contemporaneo boom del settore, i clienti tantissimi), può tranquillamente confermare che i cani erano mansueti (a parte le ovvie ma poche eccezioni), docilissimi con i bambini e assolutamente affidabili, pronti, comunque, a diventare feroci in presenza di un pericolo, di una minaccia o in caso di assenza dei padroni da casa. Semplicemente, facevano la guardia e difendevano il padrone o i bambini solo quando era necessario. Posso ricordare le innumerevoli visite a domicilio durante le quali, anche in caso di un branco, i cani, se presente il padrone, venivano solo a farti le feste.

La situazione, come premesso, si è modificata sorprendentemente nello spazio di pochi anni, e ha evidenziato i seguenti cambiamenti:

cucciolate che, all’età di 20 giorni, magari ancora con gli occhi semichiusi, presentavano oltre il 60/70% di soggetti insofferenti alla manipolazione, specie nell’aprirgli la bocca e addirittura, ovviamente nel modo ridicolo che poteva attuare un cane quasi appena nato, minacciosamente ringhianti. In breve tempo, ci siamo trovavi con cucciolate di due mesi sospettose, iperattive e che non si avvicinavano ai visitatori. Nello spazio di alcuni anni, ho dovuto rovesciare, nel consigliare il proprietario sulla scelta del cucciolo, quello che era la regola del periodo: scegliere quello più vivace. Seguendo questo criterio, il proprietario si trovava pressoché matematicamente ad avere un bel capo branco estremamente difficile da trattare. Meglio optare sul più “tonto”, che sarebbe diventato, nella maggior parte dei casi, un cane normale.

Esiste un vecchio proverbio che dice “cane non mangia cane”, ma, in quegli anni, è diventato comune assistere a cuccioli massacrati da cani adulti, litigi feroci e spesso mortali fra soggetti adulti, cani grandi che “facevano fuori” cagnolini totalmente innocui. A tal proposito, era comunissimo, prima di tale cambiamento, assistere ad “aggressioni” di cani di piccolissima taglia a cani di taglia anche molto grande senza che il gigante lo degnasse della minima considerazione. Inutile rilevare che i cani non si sognavano di mordere i bambini e che essi sopportavano stoicamente ogni vessazione, consci di avere a che fare con un “cucciolo di uomo”. Ovviamente, ho sempre insistito sulla necessità di educare i bambini a rispettare gli animali senza torturarli, ma, in ogni caso, leggi ancestrali stampate dentro ogni cane impedivano (logicamente) questo tipo di reazione. Queste leggi non funzionano più, e qualsiasi esperto è costretto a mettere in guardia i proprietari di quasi qualsiasi razza sul rischio di possibili aggressioni, spesso per futili motivi.

Come mai i cani che mangiano pesce diventano allergici a esso solo in rari casi?

La motivazione è semplice: le allergie, nel cane e nel gatto, sono molto meno frequenti di quanto si possa credere e, comunque, le carni cui i piccoli animali diventano più frequentemente ipersensibili, sono il manzo e il pollo, mentre il pesce è all’ultimo posto. Le varie patologie che usualmente vengono attribuite a reazioni allergiche al pollo, maiale, manzo, coniglio ed altri, in realtà sono molto spesso fenomeni di intolleranza alimentare non tanto alle proteine in sé, quanto alla presenza in esse di residui di antibiotici derivanti dal sistema intensivo di allevamento.

Il pesce di mare, anche se allevato, non scatena tali reazioni. La motivazione più probabile di ciò sembra essere il semplice motivo che, mentre gli animali da carne assumono antibiotici ogni giorno attraverso i mangimi “medicati”, per i pesci di mare, non vengono utilizzati antibiotici durante il ciclo di allevamento se non in caso di patologia acuta. Secondo il regolamento CEE n. 2377/90, infatti, l’impiego di antibiotici in acquacoltura è previsto solo per fini terapeutici.

Istamina

L’intossicazione da pesci appartenenti alla famiglia degli sgombroidi a causa dell’accumulo di alti livelli di istamina e strettamente correlata a fenomeni di deterioramento. I pesci coinvolti appartengono a specie molto comuni quali tonno, maccarello, sardine, alici, ecc. Tali pesci sono molto ricchi di un aminoacido libero, l’istidina che viene trasformata in istamina dalla flora gram negativa. Quando la temperatura di conservazione è bassa, il livello di istamina formato rimane basso e comunque non tale da causare i sintomi dell’intossicazione, ma quando la temperatura supera i 15 °C i livelli di istamina prodotti superano i 100 mg per 100 g di prodotto e possono causare i sintomi. L’attuale legislazione (DL.vo 531 del 30 dicembre 1992) prevede che per un lotto di pesce debbano essere prelevati 9 campioni per i quali il tenore medio non deve superare i 100 mg/100 g, due campioni possono avere valori tra 100 e 200 e nessuno deve comunque oltrepassare i 200 mg/100 g.

L’impiego di antibiotici in acquacoltura è previsto solo per fini terapeutici. Il Regolamento (CEE) n. 2377/90 del Consiglio

Le patologie dei pesci hanno in genere una diffusione estremamente rapida che in alcuni casi può raggiungere percentuali di mortalità fino al 90% dei capi, come nel caso della foruncolosi da Aeromonas salmonicida e della “malattia della bocca rossa” da Yersinia (2, 3, 4). In allevamento perciò, per contenere le perdite economiche, i trattamenti vengono effettuati ai primi sintomi di malattia.